28 settimane dopo


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Era il 2003 quando usci “28 giorni dopo”, il film divenne subito un cult e il suo successo fu da imputare principalmente a due fattori: il primo si chiamava “Danny Boyle”, infatti, il giovane cineasta riuscì a mantenere un clima di terrore e di suspance per tutta la durata della pellicola, grazie a scelte registiche di prim’ordine, mentre altro elemento fondamentale fu la trama: un epidemia di rabbia si propaga per tutto il Regno Unito, trasformando la popolazione in zombi assetati di sangue.
A quattro anni di distanza, Juan Carlos Fresnadillo ci racconta come si è evoluto il contagio.
Sono trascorse 28 settimane da quando il virus è stato liberato, l’esercito americano è riuscito a debellare l’epidemia e ora il Regno Unito è pronto per il ripopolamento. I profughi di ritorno dall’America vengono mandati nell’Isola dei cani, dove è sorto un centro cittadino, con supermercati, palazzi e perfino un pub! Proprio in questo punto di raccolta, Don rivede i suoi figli, Andy e Tammy, l’uomo racconta loro che la madre è morta a causa dell’epidemia, ma quando i due giovani torneranno nella vecchia casa, la troveranno ancora viva. La donna sarà portata al campo militare, dove verrà dichiarata infetta. Don non sapendo dell’infezione, bacerà sua moglie e poco dopo si tramuterà in zombi. Come accadde sei mesi prima, il contagio sarà rapidissimo e l’esercito opterà per il codice rosso, ossia lo sterminio totale della popolazione. Intanto Andy verrà morso dal padre, ma non subirà alcuna trasformazione. Il ragazzo moribondo riuscirà a salire su un elicottero dei marines che lo porterà in salvo.
Fresnadillo dopo l’ottimo “Intacto”, si cimenta con un sequel, confermandosi un ottimo esponente del cinema spagnolo di matrice orrorifica. Il regista consapevole di non poter innovare maggiormente il capolavoro di Boyle, ha deciso di renderlo il più cupo e claustrofobico possibile. Sin dall’inizio la regia è velocissima, frenetica, quasi amatoriale; orde di zombi si accalcano in oscuri meandri, per poi sfociare in una Londra semi-distrutta. Proprio questa rappresentazione apocalittica della città, enfatizza la paura, perché si prende coscienza che nessuna strada, nessun negozio, nessun tetto è sicuro! Il virus si propaga velocemente, invalida ogni legame di sangue, disorienta lo spettatore e gli stessi personaggi che si trovano a lottare contro se stessi. Fresnadillo ci mostra come i sentimenti più profondi vengono soppiantati dall’istinto di sopravvivenza, la paura della morte rende gli uomini frigidi, come Don che per salvarsi sacrifica la vita della moglie.
Ma “28 settimane dopo” oltre ad essere un horror adrenalico è anche un prodotto decisamente splatter, infatti, arti mozzati, carni lacere, mostri che vomitano sangue ci accompagnano per tutta la visione del film, una mattanza fatta di effetti speciali altamente reali.
Fresnadillo ha sapientemente mescolato tutti questi ingredienti creando una pellicola di forte impatto emotivo, senza sfociare troppo nella retorica. Unico appunto risiede nella durata del film, 100 minuti risultano eccessivi, trasformando l’ultima parte della pellicola in una caccia ai sopravvissuti che strema lo spettatore.
Il finale aperto lascia spazio all’idea di un ulteriore sequel, ci auguriamo che se ci sarà un terzo capitolo, non vengano sviliti gli elementi che hanno decretato il successo dei primi due episodi.
Azione/Horror, USA, 2007

titolo originale:
28 weeks later

regia:
Juan Carlos Fresnadillo

cast:
Rose Byrne, Jeremy Renner, Harold Perrineau, Catherine McCormack, Robert Carlyle

distribuzione:
20th Century Fox

uscita:
28/09/2007