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Quello che erano, sono, saranno i fumetti per il mondo del cinema, si apprestano ad essere le serie tv, specie se vintage: contenitori e barili da cui pescare idee altrui per riciclare pubblici e immaginari. Con risultati non sempre alle altezze delle aspettative e della fama dei prototipi, basti pensare alle molte produzioni anni ’70 e ’80 saccheggiate senza gusto e ritegno negli ultimi anni. Piccolo passo avanti pare essere quello del film di Peter Segal, ispirato ad una folgorante sitcomedy degli anni’60, che cerca di omaggiare la serie e le sue peculiarità, aggiornandola a uno spirito odierno, rispettandone le caratteristica di parodia di 007. Il risultato è sostanzialmente spassoso. L’agenzia Control è un’istituzione segreta che protegge il mondo dalle più oscure forze del male, gestita dalla Kaos: tra gli analisti dell’agenzia spicca il noioso e incapace Maxwell Smart, o agente 86. Ma quando una spia distrugge il loro quartier generale, bisogna assegnare al caso due agenti sconosciuti, e assieme alla bella ed esperta Agente 99, parteciperà anche Smart. Con risultati discutibili. Scritto da Tom J. Astle e Matt Ember, sui personaggi di Mel Brooks e Buck Henry, una commedia d’azione a base spionistica, che aggiorna la serie con una bella dose di scene spettacolari, richiami all’attualità e deviazioni tecnologiche a uso e consumo dei giovani, avendo come punto di riferimento – nel bene e nel male – le avventure di Ian Fleming. Ambientato in giro per il mondo come ogni buona spy story, ma con gran finale nella calda terra natia, il film racconta la celata stupidità dei racconti sulle spie e sugli eroi segreti (e di conseguenza, anche del mondo in cui si ambientano) puntando il dito sulla banalità e l’idiozia di entrambi le parti in causa, come a sottolineare il tragico teatrino che spesso è la ridicola politica mondiale, come dimostra la sequenza al consiglio di sicurezza statunitense, dove i potenti della nazione sembrano bambini all’asilo. L’ironia politica del film di Segal, forse, non va presa sul serio, ma sicuramente si sposa bene con l’humour à la Mel Brooks e con le scene d’azione piuttosto buone: il difetto, però, è lo stesso della nuova Pantera rosa, e cioè il cambio – abbastanza radicale – di spirito e atmosfera. Come Clouseau, che interpretato da Steve Martin risolve addirittura un caso, Smart diventa un eroe, pasticcione, tronfio e vanesio, affetto da accecanti lampi di scemenza, ma pur sempre un eroe, pieno di risorse e capace di salvare il mondo per propri meriti, più che per clamorosa fortuna. A discapito del divertimento e a onore e gloria di committenti e pubblico da consolare. Tolte queste sottigliezze, per intenditori e puristi, il film assolve al suo compito di intrattenimento divertente, grazie a una sceneggiatura estremamente professionale – capace di costruire scene di buon livello (l’esilarante fuga dal bagno dell’aereo, o il ballo al ricevimento) – e ad una regia che asseconda le ottime scenografie (di Wynn Thomas) e la ricca produzione, per non far calare mai ritmo e sorriso. Tra l’altro ci sembra del tutto azzeccata la scelta dell’ottimo Steve Carell, su un registro molto diverso dall’originale Buck Adams, che guida un cast di attori in forma tra cui Anne Hathaway e Alan Arkin. Forse qualche naso potrebbe storcersi, visto il titanismo del finale, ma chi sa apprezzare e godere la bontà di un semplice prodotto industriale hollywoodiano, sarà soddisfatto. |