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Protagonista di una delle più epiche battaglie per la conquista della vetta del box-office statunitense col suo continuo testa a testa con lo sfidante “Bee Movie” del mito Jerry Seinfeld, arriva finalmente nelle sale italiane "American Gangster", l’ultima, attesissima fatica di Ridley Scott. Che il regista inglese fosse un amante delle competizioni, d’altra parte, lo si era già intuito con "I Duellanti", emblematico esordio rivelatore di una poetica caratterizzata dalla contrapposizione tra due parti, laddove la sfida contro “l’altro”, sia esso complementare del sé o nemesi, assume costantemente il carattere di una vera e propria lotta, all’insegna di un irrazionale e quasi ferino istinto di sopravvivenza. É sufficiente peraltro scorrere la sua filmografia per avere conferma di come, indipendentemente dalle fattezze assunte (rivale d’onore, forma aliena, nemico di guerra, maschio, imperatore tiranno, ecc..) o dai valori che mettono in gioco la disfida, “l’altro”, il nemico, debba necessariamente soccombere, pena la rinuncia alla propria identità o ruolo. Non fa eccezione "American Gangster" che parte dal lontano 1968, per raccontare le gesta e l’ascesa di Frank Lucas (Denzel Washington), da scagnozzo di Bumpy Johnson (signorotto di Harlem, bonario e amato dispensatore di tacchini nonché leader malavitoso un po’ rozzo nella gestione dei suoi affari) a boss incontrastato del traffico di eroina grazie ad un’amministrazione quasi manageriale e a un ingegnoso sistema di importazione della droga dal sud est asiatico (chi mai avrebbe osato profanare i cadaveri dei poveri soldati caduti in Vietnam?). Astuto e spietato come ogni uomo d’affari, Lucas è inoltre affascinante, elegante e raffinato, dai modi educati perfino nelle situazioni più impensabili, estremamente fiero del suo potere, conquistato esclusivamente grazie alle sue doti di serio e scrupoloso lavoratore. Ma soprattutto, è legatissimo all’anziana madre e tutta la sua numerosa e modesta famiglia, fatta giungere appositamente dal North Carolina per essere sistemata in una lussuosa magione. Dall’altra parte c’è però Richie Roberts (Russell Crowe), ruvido poliziotto integerrimo e zelante, talmente onesto da riconsegnare ai superiori un milione di dollari trovati nel bagagliaio di un’auto, attirandosi così la derisione dei colleghi, ma non altrettanto scrupoloso nella cura della propria disastrata vita familiare, votata al fallimento per via delle sue continue scappatelle e della sua sregolatezza. Due figure quasi agli antipodi, da un lato Lucas, il delinquente dagli abiti di sartoria, amante delle cose belle, ma anche uomo modello, religioso, con una casa sontuosa e per moglie una reginetta di bellezza; dall’altra Roberts, sciatto e disordinato nel vestire, con la barba sempre incolta, uno squallido appartamento da scapolo e una causa di divorzio in corso. Sarà una fortuita intuizione a far intrecciare indissolubilmente le vite dei due uomini, e a dare inizio, sullo sfondo di una sordida New York, ad un'insolita caccia che vedrà contrapporsi un bene che non è bene nei confronti di un male che, in fondo, non è poi tanto male. Fino al memorabile confronto in cui le differenze saranno oscurate da un’etica insospettabilmente comune a entrambi. Ispirato ad una storia vera, "American gangster" è un anomalo gangster movie, in cui l’azione e la violenza cedono il posto ad una narrazione solida ed estremamente fluida nonostante l’imponente durata di 157 minuti, che riesce a coprire un arco di tempo di oltre una decade, senza mai perdere ritmo né tantomeno quella credibilità raggiunta dallo sceneggiatore Steven Zaillan ("Schindler’s list", "Gangs of New York") attraverso numerosi colloqui con i reali protagonisti della storia. Abbiamo così un film di dettagli, che gioca sulla costruzione dei personaggi e il dipanarsi delle loro vite, in cui gli sguardi del regista, dello spettatore e del poliziotto Roberts si fondono, grazie ad una regia funzionalmente poco protagonista, in un’esperienza di attenta osservazione; e non è un caso che sia proprio lo sguardo, con la volontà di cogliere il dettaglio, più che l’uso della forza o della pistola, a far giungere alla conclusione del caso. Ed è proprio in questa rinuncia alla fisicità della sfida, quasi un’ “anomalia”rispetto ai film precedenti, che “American Gangster” trova la sua efficacia, facendo riscoprire il piacere di una narrazione che, e qui sta l’abilità di Scott, la regia asseconda senza mai, però, scendere a compromessi con la specificità del mezzo cinematografico (esemplare la sequenza del pranzo del Ringraziamento, in cui il montaggio alternato diventa sintesi dei due caratteri e della cultura americana stessa), per raccontare un confronto che non è contrapposizione manichea ma, al contrario, riflessione sull’ambiguità di certi valori. Un ultimo, innegabile apprezzamento va infine all’ottimo cast (che comprende, tra gli altri Armand Assante, Josh Brolin, Ted Levine, Cuba Gooding Jr.) dove, oltre alla coppia di protagonisti Washington-Crowe, è opportuno segnalare, nel ruolo di Huey, l’irrequieto fratello di Frank Lucas, il giovane e promettente Chiwetel Ejiofor. |