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Ci sono registi che fanno il botto con un film bello e/o importante e poi si perdono e poi ci sono registi che fanno il botto e proprio per questo vengono chiamati da produzioni, industrie e filmografie più ricche per sfruttarne il talento, e anche qui, i risultati sono sempre – almeno – discutibili. E poi c’è chi decide consciamente di trasferirsi in un altro paese, esportando una sua propria factory, e realizzare prodotti nella massima indipendenza economica. Esempi di questo vengono soprattutto dalla Francia, e se Luc Besson è il capostipite, Mathieu Kassovitz è una sorta di suo erede e dopo il successo planetario de L’odio, ha fatto brutti film americani per farsi valere nell’industria che conta. Qui, al suo nadir, si vede voltare le spalle anche da quell’industria che prima gli lascia la possibilità di raccontare il Blade Runner del terzo millennio e poi gli distrugge al montaggio il film. Che però, sembra già orrendo di suo. Toorop è un guerriero sopravvissuto, che viene assoldato dalla malavita che domina l’Europa per affidargli una missione “che non può rifiutare”: scortare Aurora, una ragazza dagli straordinari poteri, e la sua tutrice dalla Mongolia a Manhattan. In molti però vogliono Aurora morta. Scritto da Kassovitz con Eric Besnard, da un romanzo di Maurice G. Dantec, un thriller fantascientifico e apocalittico di epica confusione, che prende come nume tutelare ancora il Carpenter di 1997: Fuga da New York, puntando però – e fallendo – a un cyberpunk di concretezza irreale, fatto di immagini immateriche, cercando di scimmiottare il bel Kyashan di Kazuo Kiriya. Ambientato nell’est europeo del 21° secolo, ancora sotto dittature militare, e poi un po’ in giro per il mondo nemmeno fosse uno 007, il film racconta di un’umanità spenta e mortificata nel suo declino, a tutti i livelli, che vede nei poteri messianici di una ragazza l’unica speranza possibile contro un male che è ormai padrone assoluto; a proteggerla c’è significativamente un mercenario, simbolo di un mondo senza regole che vorrebbe rinascere. Kassovitz vuole puntare l’occhio sul reale e l’attualià, guardando anche a I figli degli uomini, ma già dall’inizio post-apocalittico in digitale è evidente l’incapacità del regista di costruire un discorso, di scegliere i toni, di far semplicemente seguire il filo logico allo spaesato spettatore, prigioniero di una narrazione senza spunti e di un racconto senza guizzi, che frastorna, ma non avvince e non ha nemmeno un briciolo della radicalità concettuale, filmica ed estetica che si propone, ridotta a una visione del futuro datata, fatta di miserie e iper-tecnologia. La sceneggiatura è una spaventosa accozzaglia di plagi, calchi, prestiti e citazioni, incapace di costruire suspense e tensione, anche perché priva di motivazioni, spessore e nessi decenti, che Kassovitz non ha il minimo di interesse a migliorare, occupato a spendere più soldi possibile (come nella scena dell’elicottero, o in quella del sommergibile, l’unica decente del film) invece di rendere eccitante un’azione che montaggio e produzione macellano facilmente. Vin Diesel è ridicolo nel mettere in scena i soliti cliché del duro e tenebroso, mentre Gerard Depardieu si fa notare solo per l’orrido makeup; accanto a loro, spiace constatare l’ennesimo spreco perpetuato ai danni di Michelle Yeoh, grande attrice e artista marziale, con cui Hollywood tappa i suoi buchi a mandorla (vedasi anche La Mummia - La Tomba dell'Imperatore Dragone). Film orribile, incomprensibile e a tratti insopportabile, che segna – almeno a nostro avviso – la pietra tombale per un regista che per risollevarsi avrebbe bisogno di Romero. Uno che ha avuto spesso a che fare coi morti viventi. |