Captivity


critica5

Cosa spinge un regista dai toni di solito seriosi, onirici, estetizzanti, o al meglio civili e impegnati, a rompere gli indugi e dedicarsi al thriller, al genere puro? Nel caso, qui presente, di Roland Joffè l’impressione è quella che abbia cercato di ripiegare, di ritornare indietro alla ricerca di una purezza filmica perduta molti anni fa. Così, dopo i folgoranti esordi (“Urla del silenzio”, soprattutto), perso tra tentativi letterari e filmetti di basso profilo e ambizioni esagerate, la decisione di affrontare stilemi e target differenti sembrava benedetta. Ma si sa che tra il dire e il fare, il mare la fa da padrone. Plot giustamente ridotto all’osso, scritto da Larry Cohen e Joseph Tura, per un thriller violento ed efferato, vicino all’horror, che oltre a scopiazzare film di successo come “Saw” o “Psycho”, tenta anche un discorso morale, sessuale e sentimentale che appesantisce un film che, già di partenza, non ha troppe idee.
Ambientato quasi per intero dentro la cella, metà high tech metà privazione sensoriale, in cui Jennifer viene imprigionata, il film cerca di rimanere furbamente in bilico tra terrore da horror puro, riflessione socio-antropologica su bellezza e successo e indagine psicologica su amore e successo, ingredienti che, nelle mani di sceneggiatori adatti e registi ispirati sarebbero sicure carte vincenti. Ma Joffè e soci non sembrano avere queste qualità e falliscono su tutta la linea: perché riducono il concetto di suspense ad una sequela di violenze e raccapriccianti dettagli che non hanno la tensione intrinseca né i tentativi di costruzione narrativa del film di James Wan; perché le riflessioni mass-mediologiche non vanno mai a fondo, si limitano a replicare frasi superficiali della modella, senza mai coinvolgere il punto di vista (critico, solitamente) del cattivo, del torturatore; perché Joffè, confuso dalla raffazzonata sceneggiatura, non coglie mai e non comunica, il perché sia stata scelta proprio Jennifer, confonde con poca intelligenza, il semplice desiderio sessuale col più profondo bisogno di possesso e controllo, lasciando sulla carta i temi. Se la sceneggiatura è la principale indiziata, questo però non significa che Joffè sia esente da colpe, anche perché, dopo un inizio giustamente claustrofobico e serrato, il ritmo si dilata sempre più, fino a collassare con l’arrivo dell’altro prigioniero ed i patetici tentativi di storia d’amore (con conseguenti, prevedibili sorprese), coinvolgendo anche, nel triste finale degno dei film da home video, anche una messinscena fino ad allora decente e professionale (buona fotografia di Daniel Pear le ottime scenografie di Addis Gadzhiyev).
Gli attori, persi nella confusione narrativa e in un compiacimento non proprio apprezzabile, fanno ciò che possono e se Elisha Cuthbert regge il ruolo con efficacia (ed estrema bellezza) e Pruitt Taylor Vince limita gigioneggiamenti da cattivo stereotipato, Daniel Gillies non né fascino né carisma. Così come il film, che lascia l’amaro in bocca a qualunque tipo di pubblico.
Thriller, USA, 2007

titolo originale:
Captivity

regia:
Roland Joffè

cast:
Elisha Cuthbert, Daniel Gillies, Laz Alonso, Michael Harney, Pruitt Taylor Vince

distribuzione:
Filmauro

uscita:
31/08/2007