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Uno dei registi italiani più amati, apprezzati e capaci di traghettare il cinema italiano verso fette di modernità e rinnovamento è Gabriele Salvatores, che negli ultimi anni si è dedicato non solo a rivedere gli stilemi e i modi di comunicare del suo cinema, ma anche nello scoprire o valorizzare romanzi di genere che meritano di essere raccontati (vedasi il suo sodalizio con Ammaniti o il buon Quo vadis, baby?). Grazie alla Colorado Film, il regista milanese continua a indagare il lato nero e oscuro, nascosto della società italiana (e con essa del suo cinema) e prova a portare sul grande schermo le pieghe sepolte dell'ideologia e dei bassifondi dell'umanità. Continuando a dimostrare la sua forza di cineasta. Rino è un fascista violento e instabile, che cerca come può di accudire il figlio, senza che l'assistente sociale lo porti via; ma la vita per chi predica l'intolleranza e la violenza non è facile, specie se si hanno amici come Quattro Formaggi. Scritto da Salvatores con Niccolò Ammaniti (dal suo romanzo) e Antonio Manzini, un dramma noir a tinte molto forti, che mette molta carne al fuoco, dal racconto criminale allo spaccato socio-culturale, fino al dramma familiare e ai suoi risvolti sessuali, ma che riesce, pur con qualche comprensibile difficoltà, a rendere il tutto avvincente. Ambientato nelle lande desolate e nelle cave di provincia del nord Italia, il film è di nuovo (e pare la costante tematica dell'ultimo Salvatores) una riflessione sul rapporto padre-figlio e sulle differenti sfaccettature di un affetto segnato, più che dagli stenti e dalle difficoltà esistenziali, da ideologie distorte secondo le quali i sentimenti sono segni di debolezza, non puntando mai lo sguardo sul versante politico, ma preferendo concentrarsi su quello psicologico, anche a discapito dell'appena accennata dimensione religiosa, e che invece poteva risultare decisiva per il film. Costruito su contrasti filmici notevoli e poco ostentati, come lo scontro tra “commedia” - in senso molto lato – e dramma nero nella gestione di dialoghi e dello spazio attorno ai personaggi, il film parte con qualche difficoltà dovuta a una costruzione un po' faticosa e sfocata, in cui la ridondanza delle linee adombra la lucidità narrativa, ma poi emerge grazie a un parte centrale nel bosco molto efficace in cui i toni urlati – di cui Salvatores un po' eccede – si stemperano in un accurato uso di rumori, musiche (eccetto l'adolescenziale Robbie Williams), silenzi. La sceneggiatura, come detto, fatica ad adattare la ricchezza tematica e strutturale del romanzo di Ammaniti e si perde in sottotrame un po' vaghe e personaggi di cui non sempre si capisce l'importanza, ma è pressoché perfetta nel rendere la complessità del rapporto tra i due protagonisti; Salvatores sfoggia una regia nervosa e veloce, molto curata anche tecnicamente (fotografia di Italo Petriccione, montaggio di Massimo Fiocchi, musiche dei Mokadelic) che pecca solo nel ritrarre il lato sessual-sentimentale della vicenda. Salvatores è un gran direttore di attori, e la prova solida e intensamente espressiva di Filippo Timi lo dimostra, e non delude nemmeno la scoperta del giovane Alvaro Caleca, anche se Elio Germano non esce di molto dal solito cliché del malato di mente. Un'opera a suo modo coraggiosa e difficile, che inciampa nei suoi stessi rami e sassi, ma ha il coraggio di non rifugiarsi mai e di affrontare a viso aperto i limiti suoi e del contesto in cui si muove. E che fa togliere il cappello difronte al talento di Salvatores. |