Decameron Pie


critica3

Il decamerotico, o commedia boccaccesca, fu un sottogenere della commedia italiana nato (grazie alla vitalità di Pasolini) per coniugare radici alte e velleità più popolari e divenuto poi uno dei più evidenti esemplari di degenerazione pecoreccia del nostro cinema (basti pensare a titoli che la polvere a elevato a cult come Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda o Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno).
Scaltri come pochi (grazie al cielo), gli americani cercano di resuscitare il genere – con la proditoria complicità di Dino De Laurentiis – ibridandolo con la commediaccia giovanile in stile American Pie e simili. Ne esce fuori una sorta di imbarazzante mostro, diretto non si sa perché da David Leland (rinomato sceneggiatore e regista cine-televisivo), che fallisce ogni tipo di obiettivo.
Pampinea Anastagi è una nobile damigella promessa sposa a un nobile russo, ma che viene insidiata dalla viscida prepotenza di Gerbino de la Ratta; a cercare di difenderla Lorenzo de’ Lamberti, avventuriero scapestrato che si rifugia in un convento per sfuggire alle ire di Gerbino; lo stesso convento in cui si rinchiude Pampinea, per evitare le nozze.
Scritto dallo stesso regista, vaghissimamente ispirato dalla raccolta di novelle del Boccaccio (peraltro non citato nei titoli di testa), un tentativo di comicità medievale aggiornato ai gusti adolescenziali che vorrebbe guardare a Luhrman e persino a Shakespeare, nel tentativo di infilarci zampate di melodramma ipermodernista, ma che invece fa rimpiangere persino i tanto odiati modelli italiani.
Ambientato nella Firenze trecentesca afflitta dalla peste (che per inciso non si vede affatto), il film vorrebbe essere una sorta di inno alla giocosità del sesso e alla capacità tutta giovanile di affrontare ogni tipo di problema con forza e ottimismo, realizzato con una produzione sfarzosa e numerose grazie femminili per cercare di dare nuova linfa a una visione del mondo che in anni bui e moralisti era stata dimenticata: così striptease maschili, suore sessualmente affamate e ogni genere di doppio senso in bella mostra.
Ma se già l’incipit mostra angeli che emettono urina e altri prodotti corporei, risulta chiaro che il film di Leland non funziona, e se l’hanno tenuto nascosto per due anni, rimaneggiandolo in sede di post-produzione, un motivo ci sarà: ed è che il progetto non va da nessuna parte, inevitabilmente fallimentare sul lato comico-erotico, tedioso e piatto su quello avventuroso e sentimentale, statico e sfilacciato con una quantità d’intermezzi che lo allungano oltre il sopportabile.
La goliardica rilettura di un classico fin troppo usurpato soffre di una costruzione sgangherata e sconclusionata, con situazioni accatastate come un porno qualunque e personaggi senza interesse o simpatia (a parte, forse, il finto prete, divertente nella scena del matrimonio) che si scontrano con una regia che ambirebbe alle premiate miniserie storiche made in U.S.A., ma non riesce a imprimere mai tono o verve, sperando di supplire con un po’ di pop-rock in colonna sonora e sprecando persino i costumi di Roberto Cavalli.
Robaccia deprecabile e incomprensibile, che deprime veder prodotta da un vecchio marpione come De Laurentiis, che stavolta non è riuscito a odorare il flop: forse si aspettava di più da un cast guidato da un Tim Roth al suo nadir e affidato alla gioventù di Hayden Christensen e Mischa Barton (la peggiore, così come lo era anche in The O.C.). Ci si può consolare pensando che nessuno, in pratica, ha visto il film, ma ci piange il cuore all’idea di vedere prodotti e distribuiti film come questi che insultano pubblico e autori. Ossia il cinema.
Commedia, USA, 2006

titolo originale:
Virgin Territory

regia:
David Leland

cast:
Hayden Christensen, Mischa Barton, Tim Roth, Ryan Cartwright, Christopher Egan

distribuzione:
Eagle Pictures

uscita:
05/09/2008