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Un giorno, senza preavviso, in pieno giorno nel parco di una metropoli americana, alcune persone iniziano a comportarsi in modo strano e subito dopo si tolgono la vita in ogni modo possibile. Quando il fenomeno si estende, le autorità, credendo ad un attacco terroristico a base di armi chimiche, ordina l'evacuazione. il professore di scienze Elliot Moore (Mark Wahlberg) e sua moglie Alma (Zooey Deschanel), in piena crisi matrimoniale, fuggono insieme all'amico Julian (John Leguizamo), professore di matematica e a sua figlia, la piccola Jess (Ashlyn Sanchez). Il piano è di raggiungere un altra città, ma quando si viene a sapere che anche altre città del nordest stanno subendo gli stessi attacchi, non rimane che cercare scampo nelle campagne. Questo fin quando si inizia a dubitare che si tratti di attacchi terroristici. E intanto la gente continua a morire... La differenza fondamentale tra un film di M. Night Shyamalan e la maggior parte dei film di genere, fantascienza o horror che sia, è che nel secondo caso si punta soprattutto agli effetti speciali e alla spettacolarizzazione, mentre nel caso del regista indiano, prevalgono sempre l'atmosfera e l'attenzione alle relazioni fra i personaggi, intorno ai quali tutto il resto gravita intorno. Tra Spielberg, Stephen King e una buona attitudine tutta indiana all'introspezione del personaggio protagonista, Shyamalan continua dunque il suo percorso affascinante attraverso i misteri e le zone oscure del mondo che altro non sono che uno specchio dell'interiorità complessa degli uomini. In quest'ultimo "viaggio" - e la definizione è calzante in quanto i personaggi sono in continuo movimento, in perpetua fuga - Shyamalan sceglie, sì, rispetto al passato, una semplificazione della trama a favore della tensione. Un crescendo di angoscia e di ansia degno dei migliori film di genere apocalittico. Non per questo rinuncia a soffermarsi su alcuni dei temi più attuali ed urgenti: il terrorismo, la questione della scienza e, più filosoficamente, la questione dell'istinto di sopravvivenza e del suo sovvertimento che costituisce, da solo, il sostrato metaforico dell'intero film. Ma se in Lady in the Water, temi, riferimenti metatestuali e dichiarazioni di poetica ingombravano pesantemente il campo, qui Shyamalan (che, al solito, dirige, scrive e produce) recupera l'equilibrio dei film precedenti, sbilanciandolo anzi verso una narrazione lineare, pura, attraverso la quale il discorso emerge in tutta la sua evidenza e consequenzialità, senza bisogno di puntualizzazioni. E così facendo, l'autore libera il racconto di tutta la sua forza destabilizzante, nel momento in cui mette in scena la fuga disperata di persone comuni contro eventi immensamente più grandi di loro, un fato che non lascia scampo e che per di più non offre neanche la magra consolazione di una spiegazione univoca e definitiva: come recita il titolo originale, nella sua brutale secchezza, The Happening, l'evento. Un evento che comincia, figurativamente, sin dai titoli di testa, con i presagi di un cielo cupo, nel quale nuvole irrequiete si inseguono e si addensano, fotografate magnificamente da Tak Fujimoto. E prosegue nella magnifica, agghiacciante scena dei primi segni in un parco cittadino, con uno sguardo spietatamente fisso sulla catena di suicidi senza spiegazione. Mai Shyamalan aveva mostrato così tanto e così crudelmente, mai era stato così diretto nell'attribuire all'uomo la causa della sua stessa distruzione. Se ci fossero gli zombie, sembrerebbe di stare in un film di Romero, ma con una differenza fondamentale: qui la scienza, anziché essere condannata tout court come causa principale della fine dell'uomo, torna a costituire un valore e un'alternativa, quanto meno nel personaggio di Elliot, che nel momento cruciale, riesce ad intuire la vera natura della catastrofe e a fare le mosse giuste per impedire o ritardare la fine sua e della sua "famiglia". Ma si tratta di una scienza "pura", speculativa, senza ricerca di profitto (non a caso Elliot è un insegnante) ed è questo che fa di E venne il giorno, tra le altre cose, un sentito omaggio alla fantascienza crudele ma "innocente" degli anni cinquanta. L'ambiguità di The Village, con quell'antinomia programmatica (ma ben presto messa in discussione) fra città e campagna, fra il mondo corrotto e la piccola comunità in cui preservare dei valori (visione, questa, tipicamente americana, tanto antiquata quanto ancora attuale), si riverbera anche qui e con notevole cinismo: la fuga dalle città in cerca di salvezza verso la campagna si rivela ben presto inutile, dal momento che nessuno spazio è più salvifico, sacro. Il "male" arriva ovunque, portato dal vento e non risparmia nessuno, neanche chi si isola dal mondo. L'unica speranza cui appigliarsi è l'amore, che si traduce, nel momento culminante, in una sincerità assoluta che è voglia di essere veri, di comunicare fino in fondo, di rendersi trasparenti per l'altro, senza più ombre. I problemi di Elliot e Alma che rischiavano di distruggere la loro unione svaniscono di colpo e resta solo l'amore e in esso si fa forza quell'istinto di sopravvivenza sabotato e spacciato da un evento terribile, un male senza nome. |