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Fausto Brizzi rappresenta per l’Italia un approccio al cinema che pensavamo dimenticato, e che per certi versi aveva fatto il suo tempo, un contatto con un modo costruire storie e immagini medio, volto al pubblico di tutti i tipi, che era la costante del cinema italiano degli anni ’60, periodo in cui l’industria filmica viaggiava senza alcun ostacolo. Così dopo la comicità bassa, quella dei film di Natale che ancora adesso continua a sceneggiare, il regista ha cominciato a sperimentare toni più conformi e accattivanti, centrando il successo con le due notti prima degli esami. E sicuramente anche con questa dignitosa commedia quasi internazionale. Il cui plot è quello di sei coppie che, in vario modo, s’intrecciano l’una all’altra, avendo tutte, come minimo comun denominatore, la presenza dell’ex: chi si vuole sposare e scopre che è ancora innamorata del suo ex, chi sta per divorziare e deve fare i conti con figli e vita quotidiana, chi scopre che essere ex, o diventarlo, non è una bella esperienza. Un approccio evidentemente alla Love Actually, vista l’ambientazione tra Natale e San Valentino, per una commedia corale che svaria ovviamente tra la comicità pura e il melodramma sorridente in cui, come una variante non becera dei cine-panettoni, si da spazio a ogni gusto con il semplice cambio degli attori, in una sorta di cinematografico zapping. Nel descrivere il rapporto degli italiani con il passato sentimentale, proprio e dei propri partner, Brizzi indaga tutte le fasce d’età, cercando di essere il più “popolare” possibile, usando la struttura a incastro e corale non come mezzo sociologico o per necessità d’affresco, ma come fine produttivo, per raccogliere attorno al suo film il maggior numero di spettatori possibili – come un Muccino meno pretenzioso – attratti da temi in cui riconoscersi. Non è affatto un male, industrialmente parlando, ed è segno di un modo di concepire l’intrattenimento che può essere utile per rilanciare l’impresa: poi che il risultato soffra di continui alti e bassi è parte del gioco, ma tra cadute volgari, scorci turistici e stereotipi, il tono variegato e la tenuta del ritmo sanno farsi apprezzare. Brizzi come sceneggiatore, assieme a Marco Martani e Massimiliano Bruno, lascia a desiderare, visto lo squilibrio tra le parti, la pretestuosità degli assunti e la debolezza di alcune trame, ma come regista sa fare il suo dovere di “costruttore” di emozioni, seppur ampiamente codificate, di direttore d’immagini ben confezionate. E soprattutto di attori, tutti di richiamo anche in ruoli piccoli, e tutti a loro agio, a cominciare da Fabio De Luigi, Alessandro Gassman e Carla Signoris, i migliori di un cast dalla media molto buona, in cui solo i più giovani stentano a convincere. A differenza di una pellicola simbolo di un cinema medio che finalmente non deve dimostrare nulla (al contrario di quello di Veronesi), se non il proprio rapporto con il pubblico. |