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L’estate non è mai stata la stagione più florida in ambito cinematografico. Utilizzata perlopiù per il recupero di film minori e per una serie di horror di dubbio valore, bisogna segnalare una certa inversione di tendenza in questa annata. Mutamento non soltanto quantitativo (con una spinta ad uniformarsi agli altri paesi europei) ma, soprattutto, qualitativo. E così, oltre al nuovo capitolo di Batman, giustamente balzato in vetta alle classifiche degli incassi, e ad altri film di interesse, merita un briciolo di attenzione anche questa piccola pellicola indipendente prodotta da John Cusack e diretta da James C. Strouse, sceneggiatore al suo esordio dietro la macchina da presa, dopo la collaborazione con Steve Buscemi in Lonesome Jim. Vincitrice di due premi all’edizione 2007 del Sundance Film Festival (del pubblico e per la migliore sceneggiatura), Grace is gone è un’opera molto particolare che si sviluppa partendo da un tema molto delicato e divenuto il cardine della scorsa Mostra di Venezia: la guerra in Iraq e, soprattutto, le conseguenze che derivano da essa (aspetto esaminato in maniera impeccabile in Redacted di De Palma e nel film Nella valle di Elah di Haggis). Per la verità l’argomento bellico non risulta preponderante all’interno della vicenda narrata ma, pur rimanendo sottotraccia, condiziona inevitabilmente le vite dei protagonisti ergendosi a vero punto di riferimento della narrazione. La pellicola tratta infatti della classica famiglia media americana. Il padre, Stanley Phillips, costretto a rinunciare alla carriera militare per colpa di un indebolimento della vista, lavora in un negozio di articoli per la casa mentre attende il ritorno della moglie Grace che sta combattendo in Iraq. L’uomo si ritrova a dover crescere due bambine: Heidi, che ha soltanto dodici anni ma che è piuttosto matura per la sua età, e Dawn, che ha otto anni. In difficoltà nel rapportarsi con le figlie, per una certa freddezza che gli impedisce di essere affettuoso, Stanley entra in crisi quando riceve la notizia dolorosa della morte di Grace. Incapace di dirlo immediatamente alle bambine, decide di portarle in viaggio verso il parco tematico di Enchanted Gardens per ritardare il fatidico momento e per rafforzare il loro rapporto, consapevole del fatto che le loro vite cambieranno per sempre. E, grazie all’ottima prova degli attori, specialmente di un John Cusack all’apice delle sue capacità, Grace is gone è un film che funziona veramente pur presentando alcuni difetti tipici delle produzioni indipendenti. Minimale in quasi tutti i suoi aspetti, la pellicola di Strouse può contare su una sceneggiatura notevole che presenta personaggi ben delineati e, soprattutto, che si incastrano alla perfezione. È proprio l’alchimia tra il terzetto padre – figlie che sorprende e che avvince, anche se talvolta il regista spinge eccessivamente sull’elemento drammatico cadendo (per la verità solo in un paio di scene) nel patetico. Per il resto il film mantiene una delicatezza invidiabile e, cosa non da poco, emoziona più volte, specialmente nel descrivere la difficoltà del protagonista Stanley, costretto non solo a rinunciare alla sua carriera militare, ma ad incassare la morte della moglie in nome di una guerra che ora non ritiene poi tanto giusta (avvicinandosi alle teorie del fratello, un personaggio un po’ troppo macchietta). E l’argomento sottotraccia (quello bellico) emerge non solo a livello narrativo, ma anche attraverso una serie di immagini televisive (Rumsfeld e Bush) che esplicano chiaramente il punto di vista di Strouse (forse fin troppo). Al di là di ciò, Grace is gone è essenzialmente un film sulla perdita, sulla difficoltà nell’accettare un qualcosa di inspiegabile e assurdo. Stanley rimane completamente shockato dalla notizia della morte della moglie e reagisce inizialmente con il rifiuto. La sua è una vera e propria fuga dalla realtà e, non a caso, si palesa con un viaggio in un ambiente tipicamente statunitense nel suo essere plasticoso e di conseguenza artificiale. Si intravede facilmente una critica alla società americana che può contrapporre solo dei paradisi innaturali alle difficoltà di una quotidianità sempre più dura e infelice (in questo Strouse è decisamente pessimista). Ciò nonostante è presente anche un barlume di speranza nel film. È la famiglia il motore in grado di respingere le avversità e le disgrazie. In un mondo sempre più complicato solo la coesione può portare ad un’accettazione dell’inspiegabile. Pertanto, il quadro che ne deriva è sicuramente duro e, per certi versi, apocalittico ma con un briciolo di fiducia nel futuro. Tirando le somme, Grace is gone è, per tutti gli elementi qui sopra analizzati, un film interessante, uno spaccato della realtà dei giorni nostri. Un’opera minore che, nonostante alcuni difetti inevitabili, è in grado di sorprendere e regalare un’ora e mezza intensa ed emozionante. Una piccola sorpresa che ci sentiamo di consigliarvi. Nota a margine: le musiche sono del grande Clint Eastwood, interessatosi al progetto forse per la materia trattata. |