Il bambino col pigiama a righe


critica7

L’Olocausto e l’infanzia sono due dei temi più delicati, se non proprio i più delicati, che possa capitare a un narratore (sia esso cinematografico, letterario o altro) di affrontare con la sua opera; se poi questi temi si presentano insieme e sotto una già compiuta forma romanzesca, per un regista l’impresa è davvero ardua.
L’unico che ci ha concretamente provato, oltre a esserci clamorosamente riuscito, è Roberto Benigni con La vita è bella. Chissà cosa deve avere pensato un regista non proprio sensazionale come Mark Herman (Grazie, signora Thatcher) quando la Disney gli ha proposto un copione arduo come quello di questo film: e pur senza centrare risultati particolarmente elevati, riesce a non rovinare ciò che di buono c’era nel progetto.
Bruno è il figlio di un gerarca nazista che per lavoro si trasferisce, con la sua famiglia, in un campo di concentramento. Dapprima Bruno non capisce bene doce si trovi e cose gli accada, ma la conoscenza con Shmuel, un bambino internato, gli farà conoscere una relatà nuova e terribile.
Scritto dal regista dal romanzo di John Boyne, un dramma nero, politico, cupo e spiazzante, proprio perché assume i connotati della fiaba infantile gettata nella tragedia, che sposa integralmente il punto di vista dei bambini per diventare un Disney finalmente non edulcorato.
Tutto giocato sullo spazio e sulla sua divisione, seguendo codici letterari come la casa, il cortile, i recinti, il film è una sorta di favola drammaticamente leggera, che diventa anche atroce romanzo di formazione, che racconta il modo dei bambini di conoscere la morte e la disgrazia, il loro modo di rapportarvisi e di concepire idee quali l’ingiustizia e la diversità, usando la fanasia infantile come impossibile antidoto all’orrore e facendo anche un interessante paragone tra la credulità infantile e quella che ha coinvolto una nazione.
Herman sceglie un ritmo infantile, curioso come il bambino che sogna di fare l’esploratore, e realizza un film forse manicheo e poco sfumato (come dimostrano i rapporti tri personaggi) ma che mette in mostra un vecchio ed efficace metodo di comunicare l’emozione: forse un po’ troppo programmatico ma rispettoso, con un interessante ribaltamento finale che porta ad una sequenza di chiusura dura e inaspettata.
La sceneggiatura si nutre delle sfumature che emergono lentamente, come le pieghe nella normalità dei personaggi, sa suggerire riflessioni e aprirsi allo spettatore e adatta con dignità una storia che è davvero minata da capo a piedi; Herman sceglie il tono del tv-movie d’oltreoceano, corretto e curato, e dimostra un certo talento nell’uso delle metafore visive, come l’immagine del fumo che esce dalle ciminiere del campo.
Non che il già visto o il facile non emergano qua e la, ma va riconosciuto alla Disney e a Herman un certo coraggio nel proporsi come film di Natale e lasciare parte del peso della riuscita alle doti acerbe di Asa Butterfield e Jack Scanlon, mente il resto del cast – come David Thewlis o Vera Farmiga – si lascia andare al manicheismo di fondo dell’assunto. Che però sembra necessario e corente al mondo di due bambini che non concepiscono il male o la morte, ma solo il desiderio di un irrealizzabile ritorno alla vita.
Drammatico, USA, 2008

titolo originale:
The boy in the striped pyjamas

regia:
Mark Herman

cast:
Asa Butterfield, Jack Scanlon, David Thewlis, Vera Farmiga, Rupert Friend

distribuzione:
Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

uscita:
19/12/2008