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Il cinema israeliano e la sua industria negli ultimi tempi stanno mostrando una notevole vitalità, resa evidente dalla quantità di film che riescono a giungere nelle sale o nei festival italiani, trattando spesso – ma non sempre – temi delicati e importanti come quelli riguardanti la guerra e i conflitti tra arabi e israeliani. Giunge a proposito, e con un ampio bagaglio di critiche positive e premi (tra cui il premio del pubblico a Berlino), il nuovo film di Eran Riklis (già notato per La sposa siriana) che dal Festival di Torino giunge sugli schermi nostrani per raccontare una storia allegorica e quasi fiabesca, nata fra le crepe di un insopportabile realtà. Salma è una contadina palestinese che ha, dopo la morte del marito, il campo di limoni come unica fonte di sostentamento, oltre che fonte di memorie e ricordi; ma quando di fronte al giardino arriva il nuovo ministro della difesa israeliano, le forze dell'ordine israeliane intimano alla donna di abbattere il campo. Salma comincia una difficilissima battaglia legale e morale. Scritto dal regista con Suha Arraf, un dramma civile ironico ma fermo e deciso, che parte dal pretesto metaforico per divenire via via una fiaba adulta e persino un racconto legale, ponendo le sue basi sul (neo)realismo cinese e iraniano. Ambientato quasi esclusivamente ai due lati del giardino, che rievoca esplicitamente lo spauracchio del muro in fase di costruzione, il film racconta l'eterno conflitto mediorientale, basandosi su una semplificazione sociale (un ministro contro una contadina), ma soprattutto sugli elementi della vita di tutti giorni, sulle necessità quotidiane che cambiano di persona in persona; idea interessante per mettere in scena la speranza di convivenza di un popolo mai davvero riconosciuto, che passa necessariamente per la speranza di una giustizia equanime, ponendo al centro del racconto le donne e la loro determinazione, e riflettendo sulle distorsioni della politica e dell'informazione. Certo politicamente sembra una sorta di tesi univoca che cerca di convincere lo spettatore più che di mostrare le ragioni e i torti, ma è un film che si apre su vari fronti, manicheo certo, ma anche teso e intimista, percorso da un'ironia carsica, ora buffonesca ora più lunare, e da una compattezza stilistica che porta a un bel finale, decisamente fondante, in cui la volontà di superare le proprie barriere è l'elevarsi della macchina da presa oltre i limiti dello sguardo umano. La sceneggiatura sconta la programmaticità politica dell'assunto, e il tono un po' accondiscendente, coi personaggi secondari più sfumati dei principali, ma una narrazione dall'incedere e dal climax molto ben calibrati; lo stile di Riklis sa oltrepassare le barriere del verismo per aprirsi a tocchi onirici o a suggestioni in cui la grandezza del cinema diventa occhio umano a tutti gli effetti, arricchendo di fatto il film. Hiam Abbas (da poco vista anche ne L'ospite inatteso) mette in campo tutta la sua alterità da guerriera mai doma, a tenerle il sacco ci sono Ziad Douad, mentre forse la migliore è Rona-Lipaz Michael. Se solo i film giunti fin qua dalla terra di David non suonassero sempre come peana contro o pro qualche causa, allora potremo sinceramente affermare la scoperta di una grande industria del film, in grado di illuminare lo spettatore di veri stralci d'attualità. |