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Beniamini di un cinema d’autore nudo e crudo nel suo rifiuto incompromissorio di ogni tentazione spettacolare, i fratelli Dardenne sono tra i più assidui frequentatori e vincitori di premi e festival, ospiti fissi delle kermesse in giro per il mondo e capaci d’incantare i cinefili con storie secchissime, scabre, di un moralità quasi innovativa. Jean-Pierre e Luc tornano dopo la Palma d’Oro (la seconda) assegnata a L’Enfant per continuare a parlare di relazioni umane e (anti)sentimentali, stavolta legandosi al tema dell’immigrazione e della povertà. La carica non manca, anche se si scorgono tracce di maniera. Lorna è una ragazza albanese che, attraverso un gruppo di criminali, sposa un tossicodipendente per ottenere la cittadinanza e poi ucciderlo con un overdose senza doverlo pagare; ma qualcosa nel piano non funziona come previsto. Scritto dagli stessi Dardenne, come sempre, una trama da film noir, trattata in sostanza come una derivazione del film di genere, ma che scena dopo scena si apre alla realtà, si macchia – o forse si purifica – attraverso le pieghe del dramma interiore e psicologiche. Ambientato in un Belgio livido e triste, il film racconta – come sempre nella filmografia dei registi – distorsioni e devastazioni della famiglia, o delle varie idee di famiglia, ma non dal punto di vista socio-culturale, come molto cinema contemporaneo, piuttosto da quello politico-economico, mettendo in ballo le responsabilità della povertà, dell’ossessione per il denaro, dell’omologazione come solo mezzo di sostentamento. I Dardenne scelgono naturalmente la via del realismo schietto, attaccato ai personaggi, privo di fronzoli, ma rispetto ai loro precedenti film lasciano più spazio al racconto puro, alla partecipazione dello spettatore, scegliendo toni e modi meno traumatici, ma forse meno originali: la macchina da presa si allarga, il tono triste è aperto alla comprensione e ad un’umanità ancor più accesa che nei precedenti, e la linearità quasi di genere del racconto – che non si sfrangia più negli imprevisti della vita, ma solo in quelli del racconto – forniscono un’accessibilità maggiore, anche se forse meno emotiva che nei precedenti. Rigoroso e preciso nella scrittura, nella struttura, nella descrizione di fatti e personaggi, lo script (premiato con la Palma a Cannes) si adegua alla via meno radicale, pur nella durezza e nella nera drammaticità degli assunti disperati e fa vivere i personaggi in modi appena più preordinati, oltre che a raccontare una storia in cui l’abilità nel racconto supera quella nella descrizione; fedeli alla macchina a mano, anche qui Jean-Pierre e Luc limitano le sporcature alle inquadrature, trattengono le oscillazioni della camera, lasciano respirare i personaggi, e di conseguenza lo spettatore, inquadrandoli di lato, con piani medi, anziché quei piani stretti, sul volto o sulle spalle, che inchiodavano il pubblico alla stessa angoscia dei personaggi. Nulla di male, in senso assoluto, ma il film lascia un senso di “normalità” che un po’ disturba; ciò che i fratelli non hanno perso è il tocco nel dirigere gli attori: la prova della coppia Arta Dobroshi e del sodale Jeremy Renier pulsa di realtà, anche più del film: comunque da vedere per chiunque ami un’idea di cinema che affonda i suoi denti nel mondo che viviamo e che non cerca, invece, di costruirne uno tutto sommato consolante. |