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Michele Casali (Silvio Orlando) è il papà di Giovanna. Giovanna (Alba Rohrwacher) è una ragazza con dei problemi mentali. Delia Casali (Francesca Neri) è moglie e madre ma si sente esclusa in entrambi i ruoli: troppo forte il legame tra padre e figlia. Pupi Avati presenta in concorso alla 65ma Mostra del Cinema di Venezia, “Il papà di Giovanna”: siamo nel 1938 a Bologna, in pieno regime fascista, con la guerra che incombe sul paese. Michele insegna nel liceo Galvani frequentato anche da sua figlia, la cui migliore amica, Marcella (Valeria Bilello), viene barbaramente uccisa. La responsabile dell’omicidio è proprio Giovanna che per gelosia accoltella la confidente, senza mostrare alcun segno di pentimento. Viene processata, dichiarata dal tribunale incapace di intendere e di volere, e rinchiusa nel manicomio di Reggio Emilia fino all’età di 24 anni. Ad occuparsi di lei solo il papà, che in un primo momento non riesce a vedere l’infermità mentale della figlia: non può credere che la sua bambina possa essere un’assassina. Le resta accanto però, sempre. Delia invece non può: che la sua bambina avesse dei problemi, che fosse diversa, lei lo ha sempre saputo. Ma che fosse capace di un gesto così estremo, proprio non sa accettarlo. E così quando Giovanna avrebbe più bisogno di sua madre, Delia non ci sarà: troppo forte il dolore di riconoscerla in questa ragazza che non si pente. Troppo difficile vederla rinchiusa in manicomio. In un momento così difficile, le uniche persone che restano accanto ai Casali sono i vicini di casa, i Ghia, i fascisti generosi: Sergio (Ezio Greggio), ispettore di polizia nonché padrino di Giovanna, sua moglie Lella (Serena Grandi) costretta sulla sedia a rotelle, e la domestica Lia (Rita Carlini), che con candore acclama il duce per poi morire sotto le bombe. Dopo “Il cuore altrove”, “La seconda notte di nozze” e “La cena per farli conoscere”, Pupi Avati continua a voler raccontare le relazioni, i rapporti tra le persone, che siano essi d’amore o d’amicizia, con uno sguardo affettuoso e ovattato verso la diversità. E non ci riesce bene. Il soggetto è buono, la sceneggiatura anche. Le interpretazioni di Orlando e Rohrwacher sono ottime, toccanti, vere. Accurata la ricostruzione degli interni (ripresi dalla casa in cui il regista ha trascorso l’infanzia) e la fotografia di Pasquale Rachini. Tanti i meriti insomma, eccetto quello di riuscire a toccare davvero le corde del sentimento: “Sentivamo il bisogno forte di raccontare una storia che arrivasse dritta allo stomaco” dichiara Silvio Orlando. Ma allo stomaco non si arriva mai: il film non coinvolge, lo spettatore aspetta un sussulto fino alla fine, ma i toni pacati e dimessi della narrazione non aiutano un racconto che fa l’errore di narrare una storia male inserita nel contesto storico in cui si incastra. Un rapporto padre/figlia che è troppo moderno per essere credibile. |