Il mio sogno più grande


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“Il calcio è un grande rito che devi rispettar, l’Europa ne impazzisce e negli Stati Uniti lo vorrebbe popolar”: sembrano passati secoli da quando, nel ’94, Elio e le Storie Tese cantava per propiziare il successo dei mondiali di calcio statunitensi: e da quel momento pare abbiano avuto ragione, visto che anche il cinema americano si è occupato del fenomeno del soccer, prima con due abnormi spot pubblicitari come Goal e Goal 2, e poi con questo film.
Diretto da Davis Guggenheim, premiato con l’oscar per il documentario Una scomoda verità, e marito di Elizabeth Shue, alla cui adolescenza è ispirata la pellicola, il film è un pietoso tentativo di declinare al femminile il genere sportivo, cercando la strada poco battuta (e c’è un motivo) del gioco più popolare al mondo: ma già dalla genesi produttiva – che puzza di marchetta a buon mercato – si può capire la mediocrità dell’opera in questione.
Gracie è una ragazza spigliata e appassionata di calcio, ma che deve mettere da parte le sue ambizioni per lasciar spazio al talento del fratello; ma quando questi muore in un incidente, Gracie deve mettercela tutta per dimostrare di valere come il fratello.
Scritto da Lisa Marie Petersen e Karen Janszen, da un soggetto scritto dal regista assieme a Andrew Shue e Ken Himmelman, un lacrimevole dramma sportivo, purtroppo tratto da una storia vera e perciò ancor più ricattatorio, che racconta solfa ormai viste in mille salse che, messe tutte così assieme e alla rinfusa, sembra più un collage parodistico che un film (avete presente Maccio Capatonda?).
Ambientato nel New Jersey del 1978, il film è la solita solfa sull’integrazione, la comprensione delle diversità, il superamento delle barriere culturali e sociali, il sogno come arma per cambiare la propria vita, il successo come esorcismo della morte (una delle componenti più inquietanti della cultura americana), il tutto messo in fila senza una sola variazione, come un vecchio film Disney di cui non sa trovare nemmeno quel minimo d’intrattenimento che quei film garantivano.
Tanto americano da essere comico, tanto educativo da risultare controproducente, il film di Guggenheim è prevedibile di scena in scena, sia nella narrazione che ricalca senza pudore ogni film del genere, ma soprattutto nel contenuto conformista, moralistico e sottilmente maschilista – visto che per poter emergere nella vita, la protagonista deve perdere femminilità, disseminato per giunta di ricatti emotivi che dopo mezz’ora finiscono per risultare involontariamente comici.
La sceneggiatura è scritta col pilota automatico, ogni inquadratura è dedita a sottolineare un senso già veicolato anni e film prima, e per di più non ci si cura nemmeno di trattare i personaggi con quel poco di umanità che il soggetto prevedrebbe: Guggenheim piega la testa alle esigenze della moglie, alla sua voglia di raccontarsi e di celebrare un periodo storico (almeno nelle intenzioni) che avrebbe cambiato gli Stati Uniti, ma non ci crede neanche lui e tira talmente tanto la corda da far venire il dubbio che ci marci, come sembra dalle brutte e fasulle riprese sportive.
Il peggio del film sportivo, girato e concepito per di più da ignoranti dello sport in questione, dove ci si irrita più o meno ogni minuto e dove non si riesce a provare simpatia nemmeno per la protagonista Carly Schroeder, insopportabile e petulante. Tanto che alla quinta volta che l’allenatore ripete che “lei ha grinta nelle gambe”, cadono le braccia e si comincia a pensare ai goal e ai  calci veri di chi del calcio ha fatto business e spettacolo.
Drammatico, USA, 2007

titolo originale:
Gracie

regia:
Davis Guggenheim

cast:
Carly Schroeder, Elisabeth Shue, Andrew Shue, Dermot Mulroney

distribuzione:
Moviemax

uscita:
18/07/2008