Il peso dell'aria


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Stefano Calvagna, e con lui la Poker Film, si è ritagliato una piccola e controversa fama di cantore dei problemi sociali moderni e delle denuncie civili che attanagliano i giorni nostri, declinate – controcorrente – secondo un certo populismo di destra.
Questa sorta di Pasquale Squitieri degli anni ’00, arriva così al suo sesto film battendo ancora sul sociale attraverso una storia vera di usura e vioenza privata. Ma la bassezza e volgarità intellettuale dei risultati è la medesima.
Carlo è un venditore di automobili in difficoltà sul lavoro, Laura è una segretaria invischiata nel precariato, economicamente se la passano male, specie quando Carlo viene licenziato. A dar loro una mano ci pensa Stefano, in vecchio amico di Carlo, che gli fa un prestito consitente. Ma Stefano non sembra un finanziatore come tutti.
Scritto dallo stesso regista (che ha già pronto un sequel, il cui contenuto vira comodamente verso il thriller puro), un dramma di denuncia civile e attualità politica che racconta il dramma dell’usura e le basi socio-politiche del fenomeno virando verso il finale in un film di vendetta dalle rozze venature pulp.
Ambientato in una Roma urbana e periferica, il film riprende quasi per intero l’intreccio di Vite spezzate di Ricky Tognazzi e racconta una tipica e dolente storia di usura, comune criminalità e distruzione familiare, puntando l’occhio sia sulle cause – la fascinazione per il successo e il denaro facile e il ritratto della fasulla borghesia romana – sia sugli effetti, una discesa agli abissi che coinvolge nel vortice anche i valori morali più elementari.
Purtroppo, Calvagna ha un’idea di cinema e di mondo gretta e semplicistica, in cui tutto sembra facile e consequenziale, le cose accadono senza incidere mai sullo schermo e per questo si deve far ricorso a colpi bassi, al sensazionalismo, a mezzi beceri; se il ritmo non cala e il tono tiene lo spettatore, i risvolti della pellicola tradiscono l’ideologia (soprattutto filmica) reazionaria del regista, maschilista e con tracce di para-fascismo che la trama dell’imminente seguito paiono confermare. Per arrivare, ovviamente, a un finale superficiale, poco problematico e persino repellente.
Calvagna, come mero narratore per immagini, non se la cava malissimo, ha una certa dimestichezza col pathos e le reazioni dello spettatore e, nonostante un’aria finta nella messinscena, prova anche a superare lo scoglio del bassissimo budget; è quando si tratta di dare sostanza e forza ai suoi film che fallisce completamente. La sceneggiatura è meccanica e prevedibile come una machinetta in cui tutto è semplice, la struttura è fragile come i dialoghi, i personaggi sono semplici funzioni narrative e nemmeno troppo ben fatte (Carlo ha troppe contraddizione, quasi tutte involontarie), manca del tutto la finezza del racconto, sostituita dalle spallate ricattatorie.
Gli attori legnosi non aiutano a migliorare il tutto e Lisarelli prova a dare credibilità a un cast in cui Brunella De Nardo e lo stesso Calvagna proprio non riescono a convincere. L’ennesima occasione persa di un regista comunque e a suo modo coraggiosa, che prova a fasi strada con pochissimo talento, ma idee molte chiare, in un cinema che guarda alto (le musiche elettroniche di Riccardo Della Ragione si spengono in brutte canzoni) e vola piuttosto basso.
Drammatico, Italia, 2008

titolo originale:
Il peso dell'aria

regia:
Stefano Calvagna

cast:
Brunella De Nardo, Giampiero Lisarelli, Stefano Calvagna

distribuzione:
Poker Film

uscita:
03/07/2008