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Gli anni ’80, e chiunque abbia in zucca tanto sale da superare la nostalgia lo sa, non hanno fatto bene alla cultura, alla società e quindi al cinema mondiale; finché, qualche anno fa, non è arrivato qualcuno che ha cominciato a far girare l’incontrollata voce che quel decennio era stato alla moda, foriero di idee e trovate interessanti e da rivalutare. Tra questi irresponsabili Luc Besson, che persa ormai ogni talento – se non le velleità – vuole esportare la sua idea di cinema d’azione producendo pellicole di basso profilo e nullo interesse. Quest’ultimo film, diretto da Pierre Morel, non fa purtroppo alcuna eccezione. Bryan è un padre apprensivo e iper-protettivo che nonostante la diffidenza concede alla figlia di andare a fare una vacanza in Europa; ma ovviamente se ne pentirà, perché la figlia è rapita e coinvolta nella tratta delle bianche. Al nostro, non resta che andare in Francia e usare il suo addestramento militare per scovare la figlia. Scritto dallo stesso Besson con Robert Mark Kamen, un thriller familiare d’azione e vendetta, una sorta di Commando con 20 anni di ritardo, più disonesto nei confronti dello spettatore visto che usa un attore di alto livello abituato a ruoli “d’autore” e più pericoloso dal punto di vista concettuale. Ambientato quasi per intero in una Parigi inospitale, i cui abitanti sono o francesi spocchiosi, o sporchi stranieri criminali, il film si basa sul solito moralismo paternalista americano, in cui la famiglia in pericolo e gli sconosciuti che offrono caramelle diventano la scusa per giustificare e convalidare la nuova paranoia americana, che riporta culturalmente a 40 anni fa, quando chiunque non fosse americano, anzi, chiunque non seguisse le direttive delle autorità, era un nemico da combattere, con qualunque arma. Sappiamo che Besson è un francese sui generis, ma qui – con l’inerte complicità di Morel – sembra il più reazionaria ed estremista degli americani: dalla più classica delle premesse, il film prende una china tanto deviata e rivoltante da sembrare quasi finta e da divenire ridicola (come, ad esempio, il discorso con cui Bryan dichiara ai rapitori le sue intenzioni), sporcando le insopportabili ansie genitoriali con razzismo e arroganza socio-politica, come a voler riaffermare una superiorità a stelle e strisce, che la storia pare aver definitivamente accantonato: chiaramente il Male nasce e nidifica in Europa (albanesi di stanza a Parigi che rapiscono praticamente solo statunitensi), quindi un americano non solo può, ma deve poter uccidere e torturare, in modo sadico e impunito, chiunque si frapponga tra lui e il suo obiettivo, cercando di orecchiare le ben più complesse profondità morali di Jack Bauer in 24. Che questo film non venga adeguatamente stigmatizzato, è segno della barbarie culturale del tempo, ma anche dal punto di vista meramente spettacolare, il film è sostanzialmente deludente: la sceneggiatura è talmente facile, lineare, telecomandata da sfociare nella stupidità e il dato che non c’è mai un colpo di scena o un ostacolo sul cammino del nostro “eroe” è sintomo di una scarsità creativa e cinematografica preoccupante, che fa il paio con l’abuso di scempiaggini narrative. Morel, dal canto suo, non può che accelerare qua e là qualche immagine, sincopare il più possibile il montaggio di Frédéric Thoraval e accontentarsi di numerosi pestaggi via via più violenti a supplire alla mancanza di vere sequenze d’azione e di suspense. Un cinema vecchio, brutto, fastidioso e rintronato, che ricorda quei vecchi con cui non si può discutere, perché generati da una realtà fortunatamente diversa dalla nostra: dispiace perciò che a farne le spese sia un attore di vaglia come Liam Neeson qui contento di poter mostrare gli allenamenti fisici, ma completamente dimentico del concetto di interpretazione. Besson lo sopportiamo a fatica, ma adesso che vuol mettersi a fare il paladino di un certo tipo di valori tradizionali, gli chiediamo a gran voce di recarsi dallo psichiatra più vicino. |