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Fermento in Sardegna, culturale e cinematografico: finalmente, dopo anni di attesa e immobilità, di chiusura anche mentale al mondo, la gioventù isolana comincia a riflettere sulla propria condizione e a dare sfogo artistico alle loro pulsioni. Così dopo Sonetaula, diamo un caloroso benvenuto al nuovo film di Enrico Pau, che – al contrario del citato film di Salvatore Mereu – affronta i problemi e le contraddizioni della Sardegna contemporanea, riuscendo a dare un’originale idea di cinema e di mondo. Scritto dal regista con Antonia Iaccarino, da un romanzo di Massimo Carlotto, un dramma carcerario esistenziale, sociale e dai risvolti noir (specie nella prima parte) che racconta lo spaccato di vita di un tipico minorenne emarginato fondendola con la ricognizione dei luoghi e delle radici. In una Sardegna che sembrano i cantieri petroliferi dell’entroterra inglese, il film racconta la disperazione di un milieu sociale in cui l’unica alternativa all’alienazione della fabbrica è il crimine, dove i sogni di libertà – soprattutto sociale – si confondono con la necessità di distruggere le gabbie imposte, i legami con le istituzioni e con gli ordini: ed è un pregio del film, non aver insistito troppo sulla metafora della gabbia ed aver ambientato tutta la seconda parte del film all’aria aperta, come se la negazione della libertà non fosse dipendente dalle mura che ci contengono. Portato avanti da un interessante e quasi ellittico découpage, il film di Pau sceglie un tono sospeso, tra la crudezza di un realismo sociale e l’onirismo dell’introiezione psicologica per cercare un modo diverso d’intendere il cinema civile in Italia, fuori dai didascalismi e dentro le contraddizioni della realtà e della sua percezione; l’unico piccolo rimpianto è che col passare dei minuti l’andamento si assesti e diventi un po’ più convenzionale, ma sa convincere specie col finale disperato. La sceneggiatura cerca, e sostanzialmente ci riesce, di ravvivare i cliché del racconto carcerario e lo fa con le psicologie, i rapporti tra personaggi, la gestione di caratteri che – come le facce ad essi abbinati – sembrano usciti dal mondo che li ha partoriti; la regia, da par suo, fa fare lo scatto di qualità al film, grazie a un uso attento e intelligente della macchina a mano, che anziché nel realismo sfocia quasi in un’atmosfera estranea e distante (fotografia di Gian Enrico Bianchi), a un ritmo insolito (musiche dei Sikitikis), a una gestione degli attori quasi naturalistica. Tra questi, molti non professionisti, tra i quali spicca il protagonista Nicola Adamo, ottimo e intenso nel tenere il carattere ombroso e desideroso di vita di Jimmy, il quale trova una discreta sintonia con la professionista e brava Valentina Carnelutti. Possiamo affermare, e speriamo non sia l’ennesima volta in cui dobbiamo rimangiarci la parola, che il cinema italiano – specie nella sua variabile giovane – possa tirare dei sospiri di sollievo; se poi a suonare la carica c’è la solitamente malmostosa Sardegna, si può sperare in bene. |