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Nel mare magnum di uscite e “imperdibili” primizie cinematografiche che si susseguono senza sosta e che, noi che per passione e lavoro, dobbiamo seguire freneticamente, capita qualche volta di incontrare un film piccolo e nascosto, quasi snobbato dalla grande distribuzione, che però sa riconciliare col cinema, con la voglia di sedersi di fronte a un grande schermo. É il caso del nuovo film di Tom McCarthy che, dopo l'apprezzamento ricevuto per The Station Agent, torna a catturare l'attenzione di appassionati e curiosi con questa commedia umana, piena di spunti d'attualità, che – oltre ad aver raccolto consensi un po' ovunque – sa scaldare testa e cuore dello spettatore più accorto. Walter è un professore universitario di mezz'età, che ormai vive la sua vita svogliatamente, non curandosi più nemmeno dei suoi impegni professionali; accetta di malavoglia di andare a New York per presentare un saggio, da lui solo firmato. Ma l'incontro con una coppia di clandestini che gli ha abusivamente occupato l'appartamento, gli cambierà la vita. Scritta dallo stesso regista, una commedia drammatica e umanista che rappresenta il meglio del contemporaneo cinema indipendente (non a caso è stato lodato e premiato dal Sundance e da molti premi del settore) e che sa guardare alla realtà e alle contraddizioni del vivere contemporaneo, puntando l'occhio sul fattore privato, pi che su quello politico. Giocato sul contrasto tra le due vite del protagonista, e i due luoghi della sua vita (la fredda e spenta Cleveland e la vitale Grande Mela), il film è la storia di un'educazione morale e sociale, che parte dal rapporto tra America e paesi emergenti, scandagliandone le contraddizioni e le ipocrisie (la scena nel mercatino dove lavora la ragazza senegalese) per raccontare l'apertura e la crescita verso altri mondi, anche interiori, verso un rapporto sincero con l'altro da sé, fosse anche dentro di sé, come mostra il passaggio musicale del protagonista dal pianoforte alle percussioni afro. Inizialmente tutto centrato sul personaggio di Walter e sulle sue azioni e reazioni, il film – coerentemente – si apre ad altri punti di vista, arricchendo e inspessendo il racconto con personaggi intensi e dolenti, che contribuiscono a comporre quell'atmosfera di tatto e intelligenza understated che rappresenta l'atout principale del film, scavando in profondità e con meditata compostezza per rendere il quadro di un'umanità travolta da sistemi che non sa affrontare, ma a cui può opporre qualcosa che quei sistemi non hanno, il calore. La sceneggiatura è bellissima, con momenti di straordinaria forza nella definizione psicologica dei personaggi, resi attraverso gesti ed espressioni (come nella scena della prima lezione di jambè, o della prima suonata al parco), e accompagna la regia di McCarthy, uno che finalmente si chiede dove mettere la macchina da presa e quando rispettare i propri personaggi, come conferma l'uso attentissimo del piano medio e del campo lungo, ad allontanarsi, quando non conosciamo ancora bene Walter, e che diventa primo piano, solo quando i personaggi vogliono confessarsi con lo spettatore. Film dal passo lungo, calibrato, e alla fine sorprendentemente emozionante, che filtra le sensazioni da dare allo spettatore attraverso il certosino lavoro di un gran gruppo d'attori, a cominciare dal perfetto Richard Jenkins, uomo arido che si arricchisce di vita ed espressività sequenza dopo sequenza, alla sempre altera, ma vivida, Hiam Abbas, fino al contagioso sorriso di Haaz Sleiman. Si spera soltanto che, i felici pochi che vorrebbero recuperare questo piccolo gioeillino, abbiano sale dove poterlo andare a vedere. |