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"Lakeview Terrace" è un solido thriller, che dà la sensazione di essere leggermente anacronistico. Sembra uno di quei film degli anni ‘90 nei quali il male si nascondeva sempre dietro la porta del vicino (si pensi a "Giochi d’adulti", "Uno sconosciuto alla porta" e "Abuso di potere"). Una giovane coppia si trasferisce presso una delle zone residenziali della valle losangelina (la Lakeview Terrace del titolo). Il nuovo vicino di casa si rivela essere un poliziotto di colore (Samuel L. Jackson), vedovo con due figli a carico, il quale poco apprezza la natura interrazziale della coppia. Chris (Patrick Wilson) è bianco e Lisa (Kerry Washington) è di colore. Senza essere mai troppo esplicito nelle parole, ma diretto nei fatti, il poliziotto rende chiaro come la coppia non sia ben accetta e lancia numerose provocazioni con l’obiettivo di farli traslocare lontano dai suoi occhi. Inutili si rivelano i tentativi di Chris di ragionare con il vicino, ogni confronto tra i due diventa sembra più intenso, muovendo la storia verso il concitato finale. Il film si presenta come un thriller più articolato e intelligente di quanto faccia supporre il trailer. Il contrasto tra l’idea di sicurezza di avere come vicino di casa un poliziotto con la natura corrotta dello stesso avrebbe potuto trasformarsi nel più bieco film di serie B. Invece in mano ad un regista come Neil LaBute, autore di "Nella società degli uomini", si rivela una parabola sociale su sentimenti razzisti e integrazione sociale. Ed è interessante assistere al rovesciamento della medaglia, ovvero a quello che succede quando i pregiudizi partono da una persona di colore verso i bianchi e non viceversa. Sotto tale aspetto il film centra l’obiettivo e solleva non poche domande sullo stato di accettazione del diverso nel 21esimo secolo. Nonostante i segnali di emancipazione, certe convinzioni sono difficili da cambiare nella testa della gente comune, la quale spesso vanta anche una certa cultura. Il personaggio del poliziotto, infatti, viene presentato come un uomo attento al modo corretto di esprimersi, che dimostra di avere studiato e deciso a dare un buon esempio ai propri figli. Non il tipico bifolco da cui aspettarsi tale chiusura mentale. Tuttavia la pellicola non è esente da difetti. Alcuni aspetti della sceneggiatura sono dei meri pretesti per far progredire il racconto, ad esempio la presenza dei figli funziona per definire le sfaccettature del protagonista, ma, raggiunto l’obiettivo, i bambini vengono facilmente fatti scomparire dalla circolazione e non li si sente più neanche nominare. Inoltre nella parte finale il film rischia più volte di sfiorare il ridicolo, ma riesce a mantenersi su binari accettabili grazie alle notevoli interpretazioni del cast, Samuel L. Jackson su tutti. Il ruolo sembra essergli stato cucito addosso; si tratta di una di quelle interpretazioni composta di eccessi a cui ultimamente ci ha abituato e che altri attori avrebbero faticato a gestire senza gigioneggiare. A far da contraltare a Jackson c’è l’interpretazione pacata, ma decisa di Patrick Wilson, il quale aggiunge un altro personaggio alla sua galleria di uomini medio borghesi iniziata con "Hard Candy" e proseguita con "Little Children". Kerry Washington non sfigura nel ruolo di mogliettina sexy e dotata di una forte personalità. Un intreccio lungi dall’essere perfetto, quindi, viene salvato da un ottimo lavoro di squadra. Il regista dona ai suoi personaggi più di una dimensione e san ben dosare le interazioni tra l’uno e l’altro, il cast lo sta a sentire ed eleva il livello qualitativo del materiale a disposizione. Peccato per un finale troppo chiassoso e poco credibile. |