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Charlie Wilson è un deputato di mezza età, simpatico e gaudente, di orientamento liberale ma con un forte senso della giustizia, ha un debole per i festini a base di coca e alcool e soprattutto per le belle donne, delle quali si circonda e alle quali non sa dire di no. Così, quando l’amica di vecchia data nonché amante occasionale Joanne Herring, miliardaria texana filantropa e anticomunista convinta, preoccupata per la situazione in Afghanistan, dove i patrioti cercano di fronteggiare con pochi mezzi e molta speranza l’agguerrita armata rossa dell’Unione Sovietica, gli chiede di prendere provvedimenti, non può certo tirarsi indietro. Prende così il via una delle più astute missioni segrete messe in atto dagli Stati Uniti negli anni 80, che, attraverso un’improbabile alleanza tra governo pakistano, egiziano, servizi segreti israeliani, e con l’inevitabile apporto della CIA, nella persona di Gust Avrakotos, ruvido agente di origine greca, riuscì a mettere in atto lo stanziamento di fondi per rifornire i Mujahideen afgani degli armamenti necessari per sconfiggere i russi e costringerli alla ritirata, salvo poi essere nuovamente lasciati a sé stessi. Ispirato ad una storia vera raccontata dal giornalista George Crile in un best seller del 2003, “La guerra di Charlie Wilson” ha in sé il materiale per un’ottima spy story, un avvincente thriller politico, una coinvolgente denuncia sociale che il regista Mike Nichols sceglie tuttavia di mettere da parte per esaltare, piuttosto, il lato farsesco e di commedia della vicenda. Le migliori intenzioni di regia e produzione finiscono però per spegnersi in una sceneggiatura sfilacciata, che alterna battute sì efficaci e talvolta taglienti a eccessi didascalici, enfatizzati da una regia fin troppo presente, a scapito di trovate e situazioni potenzialmente interessanti, che finiscono così inevitabilmente col perdere quel ritmo e quella verve propri della commedia brillante al cui modello chiaramente si aspira. E, per quanto accuratamente studiato, non aiuta neppure il cast, con un Tom Hanks paonazzo e imbolsito, ormai insopportabile nel suo continuo identificarsi con eroi americani di ogni natura, l’eccellente Philip Seymour Hoffman, nei confronti del quale ogni lode è superflua, qui sprecato in un ruolo marginale al quale però si devono gli unici momenti di effettiva ilarità, e soprattutto la super sopravvalutata Julia Roberts, punta di diamante della produzione che sul suo ritorno al grande schermo dopo due anni ha giocato gran parte del battage pubblicitario. Acchittata in pieno stile “Dinasty”, capello cotonato e trucco pesante a metterne ulteriormente in risalto i caratteristici tratti clowneschi, la diva Julia risulta credibile nei panni della donna affascinante così come Pamela Anderson lo sarebbe in quelli di una suora di clausura, e la necessità di ribadire, in ogni sequenza in cui è presente, quanto sia bella e seducente, non fa che accrescere l’impressione della sua totale inadeguatezza al ruolo. Ben più apprezzabili sono invece i personaggi femminili di contorno: la simpatica e graziosa Amy Adams, recentemente vista in “Enchanted”, qui assistente-tuttofare, femminista e determinata di Wilson, e l’affascinante Emily Blunt (“Il diavolo veste Prada”) nei panni della disinibita figlia del boss conservatore del distretto. Altrettanto degno di nota è poi il lavoro dei reparti di scenografia e costumi, eccellente nel ricreare con grande precisione l’ambientazione anni ’80, e determinante è la fotografia di Stephen Goldblatt, già partner di Nichols in “Closer”, il cui passato di documentarista emerge soprattutto nelle immagini di guerra. “La guerra di Charlie Wilson” insomma, è un prodotto di buon livello, certo gradevole quanto innocuo, che non graffia e non incide, né tantomeno diverte, o almeno non a sufficienza. Non si può che apprezzare la buona volontà ma, si sa, non sempre basta a determinare la riuscita di un film. |