| |
Non è facile giudicare la versione americana di un film italiano che abbiamo adorato, uno dei migliori film degli ultimi anni, una pellicola che sentiamo fortemente nostra. Sappiamo bene come la consuetudine di distribuire i film stranieri con i sottotitoli negli Stati Uniti induca spesso i grandi Studios a realizzare copie dei successi europei per raggiungere il grande pubblico, ma ancora una volta ci troviamo di fronte ad un'operazione riuscita a metà. La trama ruota intorno al personaggio di Michael (Zach Braff), un uomo alla soglia dei trenta che ha avuto dalla vita ciò che desiderava da piccolo: una bella fidanzata che lo ama e con la quale sente di avere un'intesa perfetta. La gravidanza della ragazza (Jacinda Barrett) lo spinge a riflettere sullo strano momento che sta attraversando: tutto sembra pianificato nei minimi dettagli, famiglia e lavoro, niente più sorprese. L'incontro con la giovane universitaria Kim (Rachel Bilson), in occasione del matrimonio di un amico, ripristina il fascino dell'imprevedibilità nella sua esistenza e fa salire in lui la voglia di libertà. Michael si lascia sopraffare dalla paura di essere costretto a crescere e la pressione lo spinge verso le braccia di Kim. Michael non è il solo, però, ad attraversare un periodo di crisi, anche i suoi amici sono ad un punto cruciale della loro vita: Chris (Casey Affleck), stanco delle continue liti con la moglie, comincia a valutare la possibilità di una separazione; Izzy (Michael Weston), invece, non riesce a rassegnarsi all'idea che la sua ragazza dai tempi del liceo lo abbia abbandonato, pertanto decide di lanciarsi in un viaggio avventuroso che lo faccia sentire nuovamente vivo. Tutti i personaggi sono accomunati da un travaglio interiore e desiderano gettarsi all'inseguimento di una giovinezza senza responsabilità che si sono lasciati, ormai, alle spalle. Il remake è identico nelle sue sequenze chiave a L'ultimo bacio di Gabriele Muccino, fatta eccezione per alcune piccole differenze di carattere culturale: la giovane Francesca, nella versione italiana, era una liceale alla sua prima "cotta" che riportava Carlo ai bei tempi andati degli anni scolastici; Kim è invece un'universitaria, perché in America una relazione di quel tipo sarebbe stata considerata di carattere pedofilo. A venir modificato è anche il finale: la beffarda chiusura sulle tentazioni umane che accomunano sia uomini che donne, in differenti fasi della vita, è stata completamente rimossa per lasciare spazio ad una, sofferta, riconciliazione. Una copia, dunque, portata in scena con rispetto per l'originale e con enorme supporto produttivo: Muccino figura tra i produttori della pellicola e la sceneggiatura è stata adattata nientemeno che da Paul Haggis, già premio Oscar per lo script di Million Dollar Baby e Crash. La presenza di Muccino impedisce lo stravolgimento degli intenti e il contribuito di Haggis è riscontrabile in dialoghi arguti, divertenti e taglienti. Eppure qualcosa sembra non funzionare. La buona volontà non basta a rendere il film in grado di trasmettere lo stesso flusso di emozioni di cui era capace l'originale. Non un brutto film, ma privo del pathos che era presente nella pellicola originale, privo dell'abilità di parlare ad una generazione e della capacità di riuscire ad infilarsi sotto la pelle. È come se ci sentissimo testimoni estranei di una vicenda che non sa coinvolgerci come dovrebbe. La causa di questa "freddezza" è da attribuire in parte alla scelta del cast. A rischio di essere accusati di campanilismo, ci sentiamo in dovere di asserire che gli attori scelti per i ruoli principali non sono all'altezza dei nostri. Jacinda Barrett non ha la stessa forza emotiva e intensità che aveva Giovanna Mezzogiorno, Zach Braff non riesce a rappresentare la stessa inquietudine che sapeva trasmettere Stefano Accorsi e Rachel Bilson non possiede la stessa freschezza e sensualità che emanava Martina Stella. A dare esempio di bravura sono invece gli attori non protagonisti: Blythe Danner e Tom Wilkinson nella parte dei genitori; Casey Affleck, Eric Christian Olsen e Michael Weston in quella degli amici. A deluderci è anche la colonna sonora, una raccolta di brani di rock alternativo che funzionava perfettamente per La mia vita a Garden State, curata anche in quell'occasione da Zach Braff, ma che in questo caso ci da' l'impressione di un tentativo poco riuscito di replicare una formula di successo. Alla fine più che una riflessione sullo stato delle relazioni odierne e sui pericoli dei vincoli matrimoniali, il film può essere identificato nel monito che fa il padre della ragazza a Michael "Non puoi fallire, se non ti arrendi", un invito a non rinunciare mai al proprio obiettivo tipico del credo americano, ma lontano dallo spirito originale. |