| |
Ci si trova sempre un po' in difficoltà quando bisogna parlare del nuovo film di un riconosciuto maestro della settima arte, che esce col suo nuovo film dopo molti anni di carriera, quando chi più chi meno si è unanimi nel riconoscerne l'almeno parziale declino. I confronti col passato, la necessità di riferirsi a poetiche digerite, la comprensione di un artista che si confronta con la modernità. É quello che accade nel parlare dell'ultimo film di Wim Wenders, fischiato a Cannes e presentato nelle sale rimontato senza 16 minuti, per cercare di acquistare nuovi consensi. Ma l'impresa non gli è riuscito, e il film appare come quelli sostanzialmente sbagliati. Finn è un fotografo di tendenza, che vive nel jet set e nel lusso e che, per realizzare un servizio fotografico, si reca a Palermo. Qui però è perseguitato dalla sensazione che qualcuno voglia ucciderlo, armato di arco e frecce. Scritto e prodotto dallo stesso Wenders, un dramma metaforico, metalinguistico, metempsicotico e molti di questi termini che andavano di moda negli anni '80, che serve a Wenders per cercare di riflettere sul digitale e molti altri temi, che però sembrano vecchi e stonati. Ambientato tra una Germania da studio modernista e una Palermo che è sempre la solita campagna dai ritmi lenti, il film racconta di un creatore d'immagini, in senso stretto, per interrogarsi sul senso dell'immagine ai nostri giorni, sull'inconsistenza della realtà e della sua rappresentazione artistico-estetica, reiterando la solita solfa della fotografia e del cinema come morte al lavoro; peccato che poi si finisca banalmente a cercare se stessi e la via di salvezza, tessendo persino una morale su realtà e realismo. Ma come il suo personaggio principale, quando il film arriva a Palermo, si perde nelle velleità, filosofeggia, si lascia andare alle sue pesanti ambizioni rese in modo filmicamente approssimativo, simbolico ma vecchio nei modi e nei toni: Wenders non riesce a mescolare il verismo, l'onirico e il mistero noir, girando a vuoto nell'ispirazione filmica – non esente da scivoloni imbarazzanti come l'apparizione fantasmatica di Lou Reed – seriosa e artificiosa, come nei suoi peggiori film, e persino incoerente nei suoi eccessi verbosi (l'estenuante finale con la Morte). La parabola aspira a Blow Up di Antonioni (assieme a Bergman citato nel finale), ma appesantisce la leggerezza del prototipo con parole, pretese, vaghi poetismi e una goffaggine d'insieme che non rende giustizia alle (vuote) ambizioni dell'autore, che oltre alla lucidità concettuale e narrativa sembra aver perso anche l'occhio, guardando a Lynch, ma non riuscendone a raggiungere la complessità, restando vittima di un semplicismo che sorprende, evidenziato da un uso indiscriminato di musiche e canzoni poco significative. Campino poi, cantante dei Die Toten Hosen, è un non attore che si sforza di esserlo, ma nessuno tra gli spettatori scambierebbe il ciglio corrucciato per un espressione; dispiace così per Giovanna Mezzogiorno, relegata a comprimario di discutibile utilità, a cui almeno spetta l'onore dell'ultima inquadratura. Dopo ottimi documentari e un film curioso come Non bussare alla mia porta, il ritorno di Wenders alle pretese di trent'anni fa lo porta, appunto di trent'anni indietro, con buona pace di chi continua a idolatrarlo come maestro. |