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Come si fa a sopravvivere alla morte di una persona che amavi alla follia? É per rispondere a questo quesito che l'irlandese Cecilia Ahern ha scritto, a soli 21 anni, un romanzo poi divenuto bestseller e subito opzionato per la versione cinematografica. E menomale che, dopo un adattamento iniziale di Steven Rogers, la sceneggiatura definitiva l'ha realizzata - e poi diretta - lo stesso Richard LaGravanese, autore, oltre che di bellissime sceneggiature (La leggenda del Re pescatore, I ponti di Madison County e L'uomo che sussurrava ai cavalli: tutti ottimi adattamenti), anche della regia di quel gioiellino di Kiss. La sensibilità di LaGravanese per i temi dolceamari - come ammette lui stesso - traspare appieno in questo script, in cui un tema potenzialmente "pesante" come la morte di una persona amata viene affrontato con sobrietà e leggerezza e calato in un genere ormai alla frutta (per lo meno a Hollywood) come quello della romantic comedy, letteralmente rivitalizzandolo. Quello di Holly e Gerry (Hilary Swank e Gerard Butler) è un matrimonio felice, seppur non privo di qualche problema economico, ma soprattutto rabbuiato, spesso, dall'umore di Holly che teme di non star vivendo la vita che avrebbe voluto. Ma dopo la morte per malattia di suo marito, Holly scopre che lo amava a tal punto che non sa più come reinventarsi una vita. Neanche sua madre, Patricia (Kathy Bates), una donna severa e amareggiata, né le due amiche Denise (Lisa Kudrow) e Sharon (Gina Gershon) sanno come fare per tirarla un po' su di morale. A riuscirci sarà lo stesso Gerry il quale, prima di morire, malato, ha scritto una serie di lettere, la prima delle quali arriva ad Holly il giorno del suo trentesimo compleanno e che la accompagneranno nei mesi a venire. In queste lettere, il suo defunto marito le dà dei consigli pratici su come riprendere in mano la sua vita, facendole sentire tutto il suo amore e la sua presenza, oltre la morte. L'incontro col problematico Daniel (Harry Connick, Jr.) poi sembra segnare un passo avanti nell'apertura di Holly alla vita, ma sarà solo un viaggio in Irlanda, la madrepatria di Gerry, a spalancarle nuovi orizzonti. Da una trama del genere ci si poteva aspettare davvero il peggio del peggio. Invece così non è e per una volta il merito non è soltanto di due bravi attori protagonisti (chi avrebbe scommesso su Gerard Butler, il Leonida di "300"?! Bravissimo) e di ottimi comprimari (Lisa Kudrow, l'esilarante Phoebe di "Friends" e naturalmente Kathy Bates), ma del tocco felice dell'autore/regista che vince la corsa ad ostacoli evitando ogni trappola del genere sentimentale. Per una volta il dramma dei personaggi non è il giorno prima o dopo il matrimonio, il volersi o il non volersi sposare, la crisi dei quarant'anni, etc. Ma è un dramma vero, che consiste nel tentativo di conciliare l'inevitabilità di un sentimento che non muore insieme alla persona amata, e al contempo la necessità di sopravvivere alla perdita. La voglia di raccontare qualcosa di vero, o quanto meno di verosimile, traspare sin dalla prima sequenza, che funge da prologo: Holly e Gerry tornano a casa da una serata. Lei è furiosa e non parla e lui tenta di scusarsi in ogni modo, anche se non ha ancora capito in cosa ha sbagliato. Dentro casa poi, mentre si spogliano, continuano a discutere e non si capisce quale sia esattamente il problema. Perché neanche la stessa Holly ha le idee chiare. E' una partenza in medias res che dà subito il senso di una relazione che va avanti un po' alla cieca, in cui uno dei due - in questa caso la donna - non è più capace di dare valore a quello che ha, tanto è immersa nelle proprie aspettative deluse, nei confronti con gli altri, in tutta una serie di illusioni che le fanno perdere di vista il punto fondamentale. Il tono è da subito ironico e giocoso, pur nel litigio, ma mai parodistico. Così come la vitalità irlandese di Gerry non serve a fare di lui una macchietta, ma è il motore fondamentale di questa storia in cui, una volta tanto, è l'uomo a credere di più nell'amore. Ma, ciò che più importa, il dramma non è mai patetico o ridondante ed è affrontato con uno stoicismo tutto laico e con pudore. La malattia e la morte di Gerry avvengono tutte in un'ellissi, dal momento che, subito dopo il citato prologo e i titoli, siamo al funeral party di Gerry: da quel momento in poi Gerry tornerà solo in qualche flashback (da antologia quello del primo incontro in Irlanda e della minaccia del cane "feroce".) e soprattutto nelle bellissime lettere che ha scritto alla moglie. E se la ricerca famelica di un uomo da parte di Denise (da manuale i suo test per trovare l'uomo giusto senza perdere tempo) o le battute ciniche di Sharon, mantengono la classica funzione di alleggerire la tensione seppur mostrando una certa originalità, nel panorama delle commedie di ambientazione newyorkese, è l'autoironia con cui è punteggiata la profonda angoscia di Holly che colpisce, così come l'irrefrenabile umorismo irish di Gerry, che non si arrende neanche davanti alla morte. Ottima la prova di Kathy Bates che, dopo tanti ruoli non alla sua altezza ha finalmente l'occasione di farci ricordare di essere una delle migliori attrici del pianeta. Nel ruolo della sorella minore di Holly, Ciara, fa il suo debutto la cantautrice Nelle McKay, mentre Jeffrey Dean Morgan (visto in alcune puntate di Grey's Anatomy) interpreta il personaggio di William, creato per il film e non presente nel romanzo della Ahern, che del resto è stato riambientato completamente a Manhattan, anziché in Irlanda. |