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Del nuovo filone della commedia italiana, quello concentrato soprattutto sui patemi generazionali, siano essi adolescenziali o adulti, uno dei cardini fondamentali è quello della famiglia e, più sotterraneo, quello del lutto, come pietra angolare delle scelte di vita. Luca Lucini, partito da Tre metri sopra il cielo, è uno dei più interessanti rappresentanti di questo nuovo filone – nonostante la terribile partenza di carriera – e con questo suo nuovo film cerca di raccontare questi temi filtrandoli attraverso la condizione contemporanea di ragazzo padre. Con un film piacevole e onesto. Carlo è un chirurgo plastico che cura la sua piccola Sofia, mentre cerca di gestire la sua vita di vedovo; a dargli una forza nuova, arriva Camille, dapprima compagna di footing, poi baby-sitter e infine qualcosa di più. Scritta da Giulia Calenda e Maddalena Ravagli, dal romanzo di Nick Earls, una commedia familiare sulla generazione dei trentenni che alterna ironia e umorismo a picchi drammatici e che vorrebbe dire la propria nel grande dibattito su genitori e contemporaneità che attraverso la società odierna. Ambientato a Torino e finanziato dalla locale film commission, il film racconta appunto le difficoltà di un padre single forzatamente che, oltre a dover elaborare un lutto traumatico, deve riuscire a gestire una vita improvvisamente vuota, senza che questo influenzi la crescita dei figli e senza compromettere le possibilità di una vita futura. Lucini, per raccontare questo nel modo più significativo possibile, sceglie di far convivere i toni della commedia, fatta di equivoci e gag con aperture più drammatiche, finanche patetiche, senza riuscire però a equilibrarle del tutto, facendosi pressare un po' troppo dalla parte letteraria della pellicola, esemplificata da un numero eccessivo di monologhi in voce off. L'andamento è fluido e piacevole e la sceneggiatura è tanto costruita da sembrare didascalica, sa dosare i momenti, ma non sa però dargli forza e vita sufficiente; non banale, e a tratti interessante, la regia di Lucini, che sa quando prendersi i propri tempi, quando indugiare sui primi piani e i dettagli, quando addirittura usare il fuori fuoco (eccedendo), anche se poi conserva i limiti dei giovani autori nostrani, come una patina di melassa un po' ostentata. Luca Argentero conferma i suoi progressi, specie nel lato ironico della sua interpretazione, Diane Fleri è quel delizioso visino che non smetteremmo mai di rivedere, mentre le brevi apparizioni di Claudia Pandolfi fanno pensare a quanto male sia stata usata. Prodotto medio e dignitoso, che, se non aggiunge ne toglie nulla, non fa nemmeno rimpiangere il tempo speso. |