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Quando si dice una magnifica (e attanagliante) ossessione: dopo trent’anni e più passati a progettare mondi e fantasiose avventure raccolte sotto la saga marchiata Star Wars, George Lucas ancora non si decide a passare la mano, e invece che i piccoli progetti digitali annunciati, continua ad ampliare il suo universo fatto di jedi e pianeti. Dopo 6 film, racchiusi in due trilogie, ecco arrivare una sorta di esperimento: un film d’animazione digitale, posto narrativamente tra gli episodi 2 e 3, che farà da pilota a una serie televisiva animata tutta incentrata sulla guerra dei cloni. Ma l’operazione è più che deludente. Impegnato nella guerra contro i separatisti, strategicamente avvantaggiati, l’ordine Jedi deve scendere a un compromesso per salvare la Repubblica: salvare il figlio del losco Jabba the Hutt, rapiti dai briganti. A dar loro una mano, la giovane allieva Padawan di Anakin. Ma il conte Dooku non starà a guardare. Scritta da Henry Gilroy, Steven Melching e Scott Murphy (su soggetto dello stesso Lucas) e diretta da Dave Filoni (esperto animatore televisivo), un’avventura fantascientifica in CGI evidentemente destinata a un pubblico adolescenziale e anche un po’ meno, che mescola temi e modi della saga con le tendenze dell’animazione contemporanea (area videogame, per intenderci), cerrcando di acchiappare vari pubblici e di estendere il mercato del marchio. Ambientato sui vari pianeti della saga (da Tatooine a Coruscant) durante la guerra che portò alla creazione dell’Impero, il film si dedica soprattutto al lato formativo ed “educativo” dell’epica fantasy o sci-fi, mettendo in primo piano il rapporto tra Anakin, riottoso allievo destinato a diventare il male supremo, e Ahsoka Tano, l’allieva fin troppo sveglia che dovrà apprendere i segreti del cavalierato, mentre il suo maestro apprende risvolti di quella paternità che non riuscirà mai a godersi; peccato che questo rivolgersi a un pubblico d’età così definita, porti il film a perdere colpi e a snaturarsi in un certo senso. E già la riprova se ne ha all’inizio, in medias res, come sempre, ma dove alle didascalie oblique si sono sostituiti rapidi flashback narrati, così come ai sottotitoli per Jabba si sono preferite le traduzioni di un droide: come a dire l’industria e il marketing hanno definitivamente la fantasia, accontentandosi di espedienti da tavoletta, di un ritmo mai così piatto, d’involontarie riflessioni sulla società della comunicazione (gli onnipresenti ologrammi a sostituire i contemporanei cellulari) e di pessimi siparietti comici, chissà perché, coi robot cattivi. La sceneggiatura è un mero pretesto narrativo, costruita su un racconto poco affascinante e su un’incapacità a trasformare il testo in qualcosa di profondo, a dare sottotesti per ispessire la trama; la regia fa quello che può, incerta tra spettacolo per il grande schermo e il Dolby Surround e l’intimità e la necessità di linearità della TV (almeno quella di un certo tipo), ma trova a stento i giusti guizzi, anche spettacolari. Anche perché, chiudendo il cerchio, se la saga madre di Star Wars aveva fondato teoricamente la struttura narrativa dei videogame, questo sembra più un promo per la Playstation che un film, quindi grafica indubbiamente spettacolare, ma animazione legnosa e disegni poco adatti all’intreccio. Quindi se proprio avete voglia di una versione diversa della saga, e non volete rivedervi per la 70 volta l’esalogia, consigliamo una precedente serie animata omonima, creata e realizzata dal grande Gendy Tartakowski. É, letteralmente, un altro pianeta: per tutti gli altri, noni compresi, si spera di riprendersi dal disappunto. |