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L'infanzia al cinema è tendenzialmente un'arma a doppio taglio, perché può portare racconti e immagini di straordinaria intensità (Truffaut), perché può diventare un perfetto specchio della nostra realtà (Vigo), ma può anche essere il tranello della ruffianeria e della compiacenza di registi e interpreti. Il nuovo film della francese Sylvie Verheyde si pone a metà del guado, ossia senza raggiungere le vette dei maestri citati prova a raccontare un'infanzia difficile, senza leziosità, ma anche senza l'adeguato spessore filmico. Stella è una bambina difficile, i cui genitori vivono e gestiscono un bar, lasciandola più o meno da sola, con la sola compagnia degli avventori: l'entrata nella nuova scuola farà scoprire a Stella un nuovo mondo, ma anche nuovi problemi. Scritto dalla stessa regista, un piccolo dramma sorridente, presentato con successo alle giornate degli autori a Venezia e a Torino, che sembra una versione ironica e quasi conciliata de I Quattrocento colpi, ma che alla fin fine potrebbe essere paragonato a un film dei Dardenne, in versione Giffoni film festival. Ambientato nella Parigi di fine anni '70, quando le differenze e le diversità avevano ancora un peso fondante, il film racconta la trasformazione psicologica e fisica di una ragazza in piena pre-pubertà (fa la prima media), raccontandone l'avvicinamento al sesso, ai sentimenti, ai conflitti e ai dolori attraverso il confronto di classe, con i suoi ricchi compagni, e generazionale, con i distratti genitori e con i bizzarri avventori del bar, una specie di famiglia allargata. Scandito dall'ironia in voce off di questa bambina già cresciuta, il film scorre fluido e piacevole, senza leziosità o ricatti morali di sorta, giocando anche i presunti colpi bassi con un certo savoir faire, ma resta fermo, gira un po' a vuoto senza vere idee cinematografiche o narrative, lasciando quasi tutta la sua attrattiva al tono descrittivo del personaggio e alla sincerità di fondo. La sceneggiatura è faticosa un po' lunga, soprattutto via via più prevedibile col passare dei minuti e col sopraggiungere dei risvolti drammatici, ma sa dosare i toni e i registri con una certa grazia (per questo appare demenziale il divieto ai minori di 14 anni); Verheyde è attenta nel suo lavoro di osservazione dei personaggi e sa usare le musiche vintage con ironia e acume, ma ha difficoltà quando si tratta di far convergere il piacere descrittivo con lo spessore filmico e concettuale ricercato. Nonostante tutto, una quasi sorpresa abbastanza piacevole e interessante, che lancia il talento acerbamente inquieto di Leora Barbara e che sigla una delle ultime apparizioni per Guillaume Depardieu. Senza contare che, ed è un caso non frequente, alla fine del film, non si esce dalla sala con la tentazione di eliminare la fauna infantile. |