Tiffany e i tre Briganti


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Un soggetto corteggiato per undici anni: una fiaba amata sin dall’infanzia, l’idea fissa di trasformarla in un film, l’incontro con l’autore e un decennio per riuscire a darle forma sullo schermo. È la storia di un bambino che vuole realizzare il suo sogno, quella del corteggiamento di Tomi Ungerer da parte del produttore Stephan Schesch per realizzare un film tratto dalla fiaba Tiffany e i tre Briganti. Inizia nel 1997 quando il giovane produttore incontra uno dei più grandi illustratori per bambini viventi, all’inizio Ungerer è riluttante: la fiaba è troppo breve e teme che dilatarla significherebbe snaturarla. Ha inizio una lunga fase di riadattamento basata sulle immagini chiave della fiaba dalle quali si fanno emergere i temi portanti: la solidarietà, la solitudine e la zona grigia che esiste tra il bene e il male.
Oggi, davanti al grazioso film realizzato dal regista tedesco Hayo Freitag, non si può neppure sospettare tale lavoro certosino, tanto la storia scorre leggiadra e ben ritmata, senza lasciare intravedere gli innesti che la compongono. La fiaba originale si sposa dolcemente con gli sviluppi pensati per il grande schermo, per esempio quella che nel film riveste il ruolo della cattiva principale della storia, nel libro era citata solo una volta. Lo stile semplice del disegnatore francese e le sue invenzioni magiche adattati al cinema sono la chiave per entrare in un mondo di fiaba un po’ old style.
La vicenda vede come protagonista un’orfana di nome Tiffany: la incontriamo di fronte alle lapidi della mamma e del papà, mentre un gendarme attende che finisca le sue preghiere per mandarla all’orfanotrofio. Subito proviamo un piccolo groppo alla gola e quasi temiamo che il film prosegua con questo tono. Ben presto, però, i nostri timori sfumano: Tiffany è una bambina gioiosa e irriverente, piena di risorse e di fantasia.
Il suo incontro con i tre briganti determina il classico rovesciamento di paradigma. La bambina apparentemente indifesa mette nel sacco i briganti: fa credere loro di essere la figlia di un ricco maraja, in questo modo li convince a rapirla e così evita il temuto orfanotrofio. Tiffany riesce nel suo piano buffamente infantile e, anzi, i tre cattivi si dimostrano un po’ meno cattivi, perché ben presto si faranno intenerire dalla piccola orfana. La storia va avanti grazie a questi ribaltamenti che, secondo l’autore, servono a rappresentare il labile confine tra buoni e cattivi, che tende a sfumare e a farsi irrilevante, forse solo una questione di punti di vista.
Trovate interessanti anche dal punto di vista rappresentativo: di grande effetto, ad esempio, la grotta dove vivono i briganti i cui vari antri vengono illuminati con colori sgargianti. Quasi un’antitesi visuale delle azioni malvagie che i tre compiono fuori dalla grotta. D’altra parte l’uso del colore serve spesso a caratterizzare i personaggi ed i loro stati d’animo.
In questo cartone animato non ci sono i prodigi tecnici dell’animazione in computer grafica, né le strizzatine d’occhio ai più grandi che si possono leggere in quasi tutti i film d’animazione di recente produzione. Tiffany e i tre briganti è una storia raccontata ai bambini più piccoli, lo si capisce sin dalla comparsa dei titoli di testa, quando si sentono le voci delle doppiatrici di Tiffany e della Maestra Cattiva commentare i titoli di testa. È un gioco metatestuale che prende i bambini per mano e spiega loro che stanno per entrare in un mondo straordinario e allo stesso tempo li rassicura mettendo a nudo la messa in scena. In un certo senso questo film può essere una incantevole introduzione dei più piccoli al mondo della finzione cinematografica.
Animazione, Germania, 2008

titolo originale:
Die Drei Rauber

regia:
Hayo Freitag

cast:
(voci italiane) Sara Labidi, Paolo Marchese, Luigi Ferraro, Fabrizio Vidale, Graziella Polesinanti, Massimiliano Alto

distribuzione:
BIM

uscita:
07/11/2008