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Temibili anni '80, sempre in agguato per ritornare sull'onda di spenti revival: Boldi, De Sica, Villaggio, Greggio, Banfi e molti altri, che vorrebbero riciclarsi, ma che alla fine tornano sui loro passi a fare sempre le stesse cose, le stesse facce. Come l'insopportabile Jerry Calà, che non pago degli insuccessi dei suoi precedenti film, da attore o da regista, vuole rilanciarsi ripropondendo il suo personaggio chiave di 20 anni fa, attualizzando il film di Marco Risi, Vado a vivere da solo, e cercando di fare una commedia moderna. Con l'insipienza di sempre. Giacomo è sposato, con figli e un lavoro avviato, ma la situazione con sua moglie non è delle migliori e all'ultimo capriccio di lei, decide di andar via da casa e tornare a vivere come un single: tra genitori e avventure da single, Giacomo capirà molte cose sulla sua vita. Scritta da Calà con Gino Capone, una commedia familiare dal look antiquato e dalle ambizioni di costume moderne che – come l'originale – vorrebbe gettare uno sguardo sociologico su zituazione ridanciane. Ambientato in una Milano da bere che andrebbe definitivamente dimenticata, il film racconta i problemi familiari delle nuove generazioni, le dinamiche parentali dell'era di Internet e della contemporaneità, dove le attività esterne – proprio come negli anni '80 – servirebbero a coprire i buchi interiori che, però, restano sempre scoperti, in balia dell'insoddisfazione e della repressione, aggiornando il tutto anche alle nuovi abitudini sessuali, come dimostra il finale finto-trasgressivo. Ma il problema è che il tutto sembra una sitcomedy mesta e floscia, senza spina dorsale, dal ritmo morta e dall'humour quasi assente che – contraddicendo un product placement sfacciato – coltiva il suo seme moralista (dettato niente meno che da Mara Venier e Don Mazzi) non facendo mai vedere il protagonista a fare sesso oltre che con la moglie e cullando il caldo focolare di famiglia; ma, nell'incompetenza generale, c'è un filo di simpatia sincera che lo eleva rispetto ai vari panettoni natalizi. La sceneggiatura latita e vacilla di continuo, tra stereotipi vieti e personaggi che non vanno da nessuna parte, come la narrazione ferma alle scenette da varietà tv; il vero problema è la regia, priva di un inquadratura decente che, nonostante qualche pretesa tecnica, non ha il minimo senso del cinema, come il montaggio di Patrizio Marone, anch'esso fermo agli anni '80. Gli attori sono lasciati allo sbando, imbarazzanti nel loro mimare di continuo, come se lo spettatore fosse sordo, con persino Don Johnson doppiato in milanese; meno male che almeno un attore vero c'è, anche se Paolo Villaggio non può risollevare un film. Che siamo sicuri incasserà qualche euro, ma deluderà anche il più incallito dei fans di quel periodo. |