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Il classico Robinson Crusoe di Daniel Defoe riletto dal regista Yvan Le Moine ispirandosi a un romanzo del 1967 di Michel Tournier, Venerdì o il limbo del Pacifico. Siamo nella seconda metà del 1700: l'acclamato attore de la Comédie-Française Philippe de Nohan (Philippe Nahon) viaggia con l'intera compagnia teatrale in tournée verso l'America, quando la nave fa naufragio su un'isola deserta. Unico superstite, insieme al cane Tenn, "per benedizione o maledizione", Philippe è un essere viziato, abituato agli agi della 'civiltà', che si trova a ingegnarsi per riuscire a sopravvivere. Dopo il fallimento nella costruzione di una nave, tra i ricordi della madre (Ornella Muti), "la più bella donna del mondo" e della sua carriera di attore osannato e corteggiato dalle donne, le sue attenzioni saranno concentrate sull'edificazione di una casa, abbellita con i ninnoli e gli oggetti recuperati dal relitto, che gli permetteranno di riproporre a se stesso un'imitazione del vivere precedente, in compagnia dell'addestrato e ubbidiente Tenn. All'apparire nel suo territorio di una tribù di cannibali, Philippe spara e, senza volerlo, salva un giovane indigeno di colore loro prigioniero (Alain Moraïda). Ribattezzato da Philippe Venerdì, per rammentarsi del giorno in cui lui stesso "è stato risparmiato", il ragazzo all'inizio pare impossibilitato a ogni forma di comunicazione. Philippe instaurerà sull'isola una piccola colonia francese, con Venerdì e Tenn suoi servitori. Ma Venerdì sbeffeggia simpaticamente gli autoritarismi dell'uomo ed è poco disposto a sottostargli. Solo quando la casa è completamente distrutta, dopo un incidente causato involontariamente dal giovane, Philippe inizierà a fare i conti con una realtà diversa, comprendendo di doversi lasciare alle spalle regole di nessun valore. Sarà così possibile l'inizio di un solido rapporto con Venerdì, in cui i due metteranno in pratica senza saperlo i valori della Rivoluzione francese (che Philippe ignora sia in corso). Ma un giorno arriva un galeone... Yvan Le Moine continua il suo sodalizio di pensiero con lo scrittore Michel Tournier, dopo il primo lungometraggio Il nano rosso, libero adattamento a un altro racconto dello scrittore. Con coraggio encomiabile, scrive la sceneggiatura e dirige un film che è una sfida: 102 minuti di un naufrago, solo su un'isola, che alterna momenti di silenzio totale ad altri accompagnati dai rumori 'naturali', l'infinito sciabordio del mare, i versi degli animali, fino ai momenti in cui il protagonista ricorda e annota i propri pensieri su un diario. La comparsa prima del cane e poi di Venerdì interromperanno sia i monologhi che i ricordi parigini e infantili di Philippe. Lo sconvolgimento portato al naufrago, che si è abituato a una vita in completa solitudine, all'apparire di un altro essere umano, all'apparenza in tutto opposto a lui, lo costringeranno a dover ristrutturare daccapo il suo modus vivendi. Il direttore della fotografia Danny Elsen rende appieno l'universo del naufrago, donandoci colori forti e abbaglianti, nelle giornate di esplorazione e costruzione di Philippe, oppure tonalità terrose ed erbacee nella sua assimilazione alla natura circostante, o ancora magiche e dorate, nei suoi sogni o deliri. Superbamente interpretato da Philippe Nahon, che ci rende l'evoluzione del protagonista, con brevi cammei di Ornella Muti e di Hanna Schygulla, il film ha il suo limite proprio nella sua finalità: dimostrare una tesi. La contrapposizione tra Philippe e il giovane e non addomesticato Venerdì è consueta e già vista. Venerdì è il 'buon selvaggio', l'elemento giocoso, innovativo e rivoluzionario nella stagnazione temporale e di pensiero del ben più anziano Philippe, la cui personale Rivoluzione francese avverrà proprio quando deciderà di lasciare dietro di sé le tracce 'civili' della sua vita, abbandonandosi alla natura e alla vera solidarietà e amicizia con il ragazzo. La presa di coscienza di quanto poco 'civile' e superiore sia la realtà in cui aveva vissuto l'uomo, di contro alla purezza e all'estremismo della vita sull'isola, è abbastanza scontata. Nonostante la Rivoluzione francese, nonostante la presunta democrazia, la libertà più vera rimane quella della natura. Troppo intellettualismo non giova e Le Moine ne paga il prezzo in una pellicola ben fatta e raffinata, ma che, in sintesi, annoia. |