Roland Joffè


autore:
Emanuele Rauco


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Giornata uggiosa ed atmosfera quasi informale all’Hotel de Russie di Roma, per l’arrivo di Roland Joffè, il regista inglese autore di “Mission”, venuto in Italia per presentare alla stampa la sua ultima fatica: l’efferato thriller “Captivity”, con Elisha Cuthbert.

Come mai ti è venuta l’esigenza di girare un thriller così forte?
L’essere umano è retto dalla paura, la maggior parte di ciò che fa è causata dalla paura, anche se ci crediamo spinti da motivazioni più nobili. É questo che mi ha attratto. Assieme alla dialettica del potere, la celebrità e l’ossessione verso le icone e le dive. I thriller e i film di genere sono molto amati perché giocano con le emozioni fondamentali del genere umano.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato, e che indicazioni hai dato agli attori?
La sfida principale è stata la mancanza di spazio, le modifiche e il rapporto con l’ambiente. É difficile spiegare l’alchimia con gli attori, è come un linguaggio segreto che permette di impostare la scena di volta in volta aiutandoci a trovare il meglio del personaggio.

Cosa si può mettere e non mettere in un film, in quanto a violenza? E quanto ha influito l’esplosione del mezzo televisivo e delle serie tv?
Non c’è nulla che non si possa filmare, credo, odio questo tipo di autocensure, perché l’arte dovrebbe poter mostrare ogni cosa. Io ho prodotto una serie per Mtv, “Undressed”, e mi son molto divertito, ma voglio altro. La tv non attira sempre il pubblico cinematografico, perché è un tipo di pubblico, quello televisivo, mutevole e fluttuante.

Come è stato lavorare con troupe e location russe? É stato un problema affrontare temi come il sesso ed il sadismo?
Tutto è noto con un gruppo russo interessato a collaborare con l’Occidente nella produzione di un film, per motivi economici ed industriali. Era una buona idea, per imparare e confrontarsi. Io mi sono convinto con un po’ di difficoltà, e l’interazione è stata complicata, ma credo che continueremo, la gente non sa bene cosa succede in Russia, di questi tempi, lo scontro sociale tra la vecchia guardia, la transizione e le nuove generazioni è lacerante. Per ciò che riguarda il sesso, credo che nel film, la cosa più importante sia il controllo, la sottomissione anche psicologica. Nel film si racconta di un amore negato, di un rapporto malato con la figura materna. La follia nella sottomissione amorosa sta specialmente nel fatto che, paradossalmente, ci rende liberi: quando si è del tutto succubi di una persona che si ama, si è completamente liberi di amare di essere e dare se stessi.

Quali sono i film che ti hanno ispirato?
Credo un centinaio, forse, perché ho molto cercato per trovare un linguaggio adatto. Soprattutto “il collezionista” di William Wyler, per i temi, e “Non aprite quella porta” di Tobe Hooper per l’efficienza e la modernità della paura: la motosega a ben pensarci è una perfetta metafora di questo concetto. Mi ha ispirato tanto quel film che ho voluto lo stesso cameraman per questo film.

Hai detto che tornerai in Russia: hai già pronto il secondo film?
Praticamente si: si chiamerà “Finding T.a.T.u.”, abbiamo appena finito le riprese e racconta di due ragazze (le componenti del gruppo lesbo-pop russo delle T.a.T.u.) che si conoscono in Internet condividendo un sogno e si trovano a conoscere la Russia e se stesse.

Cosa ci puoi dire di Elisha Cuthbert, che in tv è quasi una diva: ha la stoffa per diventarlo anche sul grande schermo?
Ha un grande talento e comunicatività, ma c’è il rischio che il mondo attuale, dominato da Internet, viaggi a velocità troppo folli, dimenticandosi troppo presto degli idoli che crea. Anche perché è un meccanismo che crea una sensazione di controllo totale ma effimero. Credo che la prossima vera grande star, sarà generata per intero da un computer.

C’è stata una grande polemica in America per dei cartelloni in cui campeggiava la parola tortura, che ne pensi?
In Usa sono strani, perché se la prendono con le parole, si arrabbiano e sono suscettibili per semplici frasi promozionali, avendo paura che parlare di violenza sia come praticarla e scambiando il mio film per un violento attacco contro le donne. Si è arrivati perfino a definirlo un porno di tortura e a chiedere di boicottarlo, ovviamente prima di averlo visto; ma poi è piaciuto più alle donne che agli uomini, proprio perché parla del loro potere.